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Posts Tagged ‘Pierròtweb’

resistenze0126° CONFRONTO POST-SPETTACOLO 

con Enzo Scipione
su “Che fare?” di Enzo Scipione
presentato da “Teatrarte” di Formia
interpretato e diretto da Enzo Scipione

“L’opera è tratta dal celebre romanzo di Ignazio Silone “Fontamara”. La disperata esistenza dei “cafoni” cioè di quei contadini che abitavano in un Italia meridionale di inizio novecento, fortemente arretrata. Senza allusioni e sottintesi mostrerà con quanta facilità i potenti di turno, riusciranno a raggirare gli abitanti del paese, con il solo uso della parola, privandoli cosi di ogni diritto, dall’accesso all’acqua, alla libertà di voto. Bisogna lottare anche con gli strumenti della cultura affinché la vita sia migliorie per tutti e soddisfare perciò la fame di giustizia dell’uomo.” (Dalla presentazione dell’autore)

Enzo: oggi la televisione, il computer, il cellulare ci hanno portato un po’ al di fuori della realtà dei giorni nostri. Se io penso a Formia che ha “Acqualatina” [gestore dei serizi idrici locale N. d. R .],(Latina è la mia provincia), è gestita dal sindaco di Formia dal sindaco di Terracina e dal sindaco di Fondi, che sono i tre sindaci delle tre città più grandi e che si sono divisi il territorio, era questa la situazione della deviazione dell’acqua e di tutto il contesto. Il discorso delle camicie nere è un po’ troppo lungo, perché il fascismo in Italia non è mai stato debellato del tutto: intendo fascismo come mentalità, perché siamo tutti noi un po’ fascisti dentro, forse anch’io un po’ lo sono, non lo so, o non me ne rendo conto. Chi sono i veri cafoni oggi? Dico una cosa bruttissima: i morti di Nassiriya, sono tutti del sud. Quindi la penna di Ignazio Silone non si è fermata a scrivere, ha lasciato pensare. È questo quello che mi ha spinto a mettere in scena questo libro “Fontamara” che è , da come dicono, scritto male, uno dei primi e scritto in un italiano un po’ contorto, non si capisce bene dove vuole anna’ a para’. Però scrive determinate situazioni e determinate problematiche di allora che sono dei giorni nostri. Tutto qua. Il testo è  stato scritto durante il fascismo, poi lui ha dovuto scappare in Svizzera. Tutto il mondo ha letto questo libro, tranne l’Italia, non so in quante lingue è stato tradotto, tutti l’hanno letto tranne in Italia, perché all’epoca era proibito, non si poteva leggere questo testo.

Tristano: perché questo spettacolo faceva paura?

Enzo: (ride) visto dagli occhi di un bambino sì, perché anche a mio nipote faceva paura. E forse le cose che dico sono molto brutte. Voi bambini giustamente vedete la vita tutta bella, sistemata, però non è così. Però non è che fa paura, dai. Dormi stanotte? Mah meno male! Forse la scena col mantello ti ha fatto paura. Quello mio nipote dice che è un pipistrello.

Luciano: nel tuo adattamento e riduzione quale filo logico, nonché drammaturgico, hai dato per dare un senso alla storia?

Enzo: Come vi ho spiegato prima è un romanzo un po’ ingarbugliato, sono cose messe lì, senza quasi un filo logico. Io l’ho letto ben 13 volte e il libro parte che non sono in carcere, mentre io ho invertito i ruoli. Io l’ho lasciato in carcere o sono partito dal carcere, perché lui va a fare una denuncia ai carabinieri, per quello che gli è successo, perché l’amico Bernardo viene ucciso. Ecco che si parte dal carcere, spiega tutto ciò che era il suo paese e poi ritorna al carcere a fare la sua denuncia e si vedono le camicie nere, che lo maltrattano e lo uccidono a sua volta. Detto in sintesi, questo è il percorso drammaturgico. Io inizialmente volevo anche accantonare il progetto, perché non riuscivo a trovare un filo. Nel libro c’è anche la storia delle signore che vanno dal potestà, che stanno senz’acqua, ci sono 10, 15 pagine che spiegano tutto: queste signore vanno dal potestà a dire “noi vogliamo l’acqua, noi non ce la facciamo” e spiega l’arsura e i giorni che sono stati senz’acqua ed è una cosa drammaticissima. Parecchie cose le ho dovute mettere da parte,ahimè, perché teatralmente parlando come facevi a metterle in scena? O comunque dovevi trovare altri personaggi, tutto qua. Per le camicie: mi servivano quattro persone che entravano e mi picchiavano, però non possono stare 4 attori ad aspettare un’ora per entrare, e fa ché? Allora ho trovato questo escamotage di queste camicie che si calano dall’alto e…

Luciano: bella la soluzione scenica, bella!

Enzo: è dura portare questo spettacolo in scena, specie in questi anni, è dura, è dura, è dura! Per le tematiche, perché lo definiscono un teatro politico, quando di politico… (tutto è politico se andiamo a vedere), di politico c’è ben poco. Qui c’è il cattivo uso della parola, un fatto storico che viene messo in scena. Possono stare a parlare quanto vogliono loro, la vogliono girare come vogliono loro, non mi interessa, sono cose realmente accadute, non è che dici “mi sono inventato una storia”, no! Io non mi sono inventato niente: ho semplicemente messo in scena.

Annamaria: l’opera è stata ottima, nel senso che ha fatto un’ottima sintesi, perché ha messo in evidenza l’ignoranza di cui purtroppo approfitta il potere. L’unica cosa che è mancata: una parte del libro mette in evidenza la lotta fra poveri, perché per un pezzettino di terra c’è una lotta continua fra i cafoni. E’ una cosa che oggi è attuale, perché noi vediamo che ormai c’è una lotta fra poveri. Dunque, io mi sono meravigliata che non ha messo in evidenza anche questa parte.

Enzo: diciamo che ho voluto mettere in evidenza di più il potere, il potere delle persone più che la guerra tra poveri. Diciamo che la tocco pure un po’, però la sorvolo. Sì, forse sarebbe opportuno approfondire anche questo discorso, però inizialmente il mio pensiero era mettere in scena il potere, il cattivo uso della parola, per abbindolare il popolo.

Annamaria: attualmente lo fanno.

Enzo: attualmente lo fanno e siamo tutti laureati! Però oggi ci facciamo abbindolare per convenienza, non perché non sappiamo. Oggi ci vendiamo perché non “c’abbiamo voglia di lavora’”, quindi voto quel politico che mi mette a posto il lavoro. Mi piace questa sua osservazione.

Alessandro: lo spettacolo che hai messo in scena, dico banalmente: mi è piaciuto molto. Innanzi tutto è di grande interesse, perché c’è la voce di un intellettuale come Ignazio Silone. Tu dici non lo leggeva nessuno all’epoca  non lo legge nessuno, secondo me, neanche adesso. È poco conosciuto. Io stesso non l’ho letto.

Enzo: posso fare un’osservazione? La Lega ce l’ha tolto dai libri scolastici. Ignazio Silone e altri due intellettuali del sud. La Lega durante il governo Berlusconi gli ha tolti dai libri scolastici dei licei.

Alessandro: ah, le buone notizie non mancano mai! Hai fatto una precisazione giusta. E quindi sentire la voce di un intellettuale, una voce forte di un intellettuale che non tanto si conosce, è bello, importante, utile, soprattutto in questo tempo; c’è bisogno di pensare in un certo modo. La messa in scena, penso che non sia tanto interessante dal punto di vista stilistico perché mi sembra che tutte le scelte che hai fatto sono sufficienti, necessarie a dire qualcosa; essenziali, spartane perché c’era qualcosa da dire di molto forte e che è venuto. Vedendo lo spettacolo mi sono rapportato io, la mia storia e ho pensato, soprattutto all’inizio quando si parla di miseria e dell’eredità della miseria: ecco lo spettacolo è molto attuale per le problematiche che ci sono, però nell’attualità manca in questo, cioè che la nostra storia, almeno della mia generazione (20-30 anni) è diversa da quella di quei cafoni, io non posso definirmi mai e poi mai un cafone nonostante possa avere tutti i problemi di oggi. La mia storia ha dietro di me dei padri benestanti, venendo da una ricchezza, da un benessere diffusissimi e quindi la mia generazione si trova alle soglie di una nuova povertà.

Enzo: sono due situazioni un po’ diverse…

Alessandro: sì sono diverse. La differenza tra i miseri del fascismo che secondo me erano molto di più, e quelli di oggi che sono diversi, hanno radici molto diverse, affondano invece in un grande benessere e quindi anche la povertà di adesso è diversa da quella di allora.

Enzo: sicuramente, hai pienamente ragione, però è una questione morale pure. Ho fatto prima l’ esempio tristissimo di Nassiriya. Io trovo triste questo: chi oggi mette la firma per andare a fare il militare. Diciamo “quello è un lavoro”: no, quello non è un lavoro, per niente proprio, non esiste! È triste, la questione è morale, i veri cafoni sono questi, evidentemente. Ignazio Silone parla di gente che sta alla disperazione e non arriva manco al giorno dopo. Quindi siamo cafoni moralmente. Anche per convenienza, la questione è morale oggi.

Alessandro: vuoi dire che la miseria di quei cafoni era una misera materiale e quindi erano persone difendibili di tutto cuore, mentre i cafoni di oggi sono cafoni moralmente.

Enzo: sì. Nel referendum che è stato fatto che io indico, comunque loro hanno avuto la forza di lamentarsi, noi ci siamo lamentati? No, boh. Niente. In Russia si sono lamentati che facevano la fila per il pane gratis, giusto? Oggi fanno la fila per il McDonald’s e pagano e nessuno si lamenta. La stessa cosa per le bollette che ci arrivano:  nessuno dice niente. Poi paghiamo il parcheggio: se non troviamo le strisce blu ci meravigliamo, oggi ho parcheggiato la macchina senza strisce blu, to’! Che bello . Capito? È una questione di cafoni, morale. Eppure forse è una cosa che ci sta bene, eh! Perché parecchi ragazzi della nostra età gli sta pure bene sottostare a determinati potenti. Il ragionamento è quello? La scuola è servita solo per divulgare un pensiero politico che tutti quanti sappiamo fare il bello e cattivo tempo e non un pensiero critico. Oggi siamo tutti politici di noi stessi, ragioniamo tutti come i politici che escono in televisione, che negano e affermano quello che dicono un minuto prima. E’ quello che succede quando parli con un amico, uno dice una cosa, uno dice un’altra cosa, poi nega no? È una questione politica, nel momento in cui tutti quanti impariamo a fare i politici è la fine e non abbiamo più un pensiero critico.

Alessandro: però a parte i cafoni morali, penso ci siano anche oggi cafoni nel senso di povertà, che sono gli extra comunitari.

Enzo: chi l’ha detto che sono extracomunitari, chi gli ha dettati questi confini? Dove stanno? ciò che produciamo possiamo liberalizzarlo gli esseri umani no, gli dobbiamo classificare, perché? E’ assurdo che loro oggi arrivano qua, in quelle condizioni e li meniamo pure. A Lampedusa abbiamo detto no, non li vogliamo perché se no si rovina il turismo. Stiamo fuori con la “ciocca” proprio. Assurdo! Perché farli venire in quelle condizioni? Però l’immondizia ce la portiamo là. Perché checché se ne dica la nostra immondizia viene portata lì. Tutti gli albanesi che sono venuti in Italia negli anni ’90 dovevano venire per forza. Guardiamoci in faccia: il governo italiano ci ha mangiato con Berisha, si sono spartiti i soldi a tavolino, è normale che poi gli albanesi dovevano venire qua.

Alessandro: come interpreti oggi la Chiesa (ho visto che nel tuo spettacolo che la Chiesa è stata molto colpita come istituzione). Vorrei sapere cosa ne pensi?

Enzo: mentre Dio pensava pure ai poveri, il papa diceva “no ma lascia perdere, il principe è un buon cristiano, che vuoi fa’ mo’, vuoi dare la terra ai cafoni? Poi il governo si offende”. Dio che era al di sopra delle parti, cercava di dare buoni consigli al papa e il papa non li prendeva proprio in considerazione. La Chiesa, cosa dire della Chiesa? La Chiesa ha creato anche i cafoni. Come Chiesa intendo l’essere umano. Poi chi crede in Dio, crede in Dio. Ritornando al discorso di prima del potere: cosa fa il potere? ti crea Mussolini, ti crea Berlusconi, ti crea la Chiesa, e altre persone.

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resistenze0123° CONFRONTO POST-SPETTACOLO 

con Antonio Damasco e Valentina Padovan
su “Comizi d’Amore” di Antonio Damasco
presentato da “Teatro delle Forme” di Torino
interpretato da Antonio Damasco e Valentina Padovan
                                    e diretto da Antonio Damasco                                                                 

“Il soggetto è ispirato al film documentario di Pier Paolo Pasolini del 1965. Pasolini volle parlare di “prima volta”, di “prostitute” e di “divorzio”. Oggi, quasi cinquant’anni dopo, come sono cambiate le opinioni in merito? Ci interessa capire, osservare, raccogliere e narrare come questo avvenga nell’era globalizzata di internet, dei social-network, le nuove piazze virtuali, dei blog. Siti web, annunci, diari virtuali raccontano una necessità d’Amore travolgente, la stessa che già, qualche tempo prima, travolgeva padri, madri, nonni e parenti tutti anche se, forse, in maniera differente.”                                                                                                       (Dalla presentazione dell’autore)

Sara: dal momento che le avete poste a noi, durante lo spettacolo, io vorrei sapere qual è la vostra posizione nei riguardi delle domande che avete fatto, rispetto a quello che ci avete chiesto.

Antonio: rispetto a quali domande?

Sara: condividete quello che abbiamo detto noi?

Antonio: io ho due bimbe, piccole, e la prima volta che mi sono posto la domanda, per esempio, su un eventuale suo fidanzato o marito di religione islamica, io ho delle perplessità, ho dei pregiudizi. Riconosco di avere dei pregiudizi. Quindi ho delle problematiche sicuramente. Noi ci dobbiamo porre, per quello che è il nostro obiettivo, come persone che non giudicano. Siamo due persone normalissime, con la loro vita e quindi abbiamo i nostri dubbi, le nostre perplessità. Anche questo credo che cambi molto: la conoscenza. Se hai nella tua comunità persone omosessuali, che hanno bambini, per esempio, noi abbiamo conosciuto, grazie a questo lavoro, delle ragazze che vivono insieme, hanno una bambina molto bella, e, per esempio, la conoscenza elimina il pregiudizio. Probabilmente se dovessi conoscere una coppia dove lui è musulmano e lei è cattolica, romperei anche quella barriera lì.

Sara: Sì, potrebbe aiutare a sradicare il pregiudizio… La mia domanda è sorta perché voi avete attinto delle informazioni da noi: cioè conoscete qualcosa in più di noi e però noi non conosciamo qualcosa in più di voi.

Antonio: questo è il nostro vantaggio: permettici (ride).

Sara: Però io sono venuta qui con anche la pretesa di conoscere qualcosa di nuovo, che effettivamente mi è giunta attraverso il confronto col pubblico, ma non con l’attore.

Antonio: Guarda, però, per il nostro concetto di teatro, il teatro risposte non ne dà. Il teatro mette dei dubbi e poi ognuno se li cucina a casa propria. In realtà alcune cose teatrali che abbiamo fatto forse in qualche direzione andavano, quello sul cantastorie nel campo di concentramento, la necessità della cultura o quello dell’omosessualità in  campo di concentramento. Però se le curiosità sono personali, la mia risposta è: ho delle perplessità anche io, credo che le risolverò nel momento in cui incontro quei casi.

Valentina: A me ha colpito molto la risposta di Musatti e di Moravia, quando parlavano appunto del fatto che in qualche modo l’ignoranza, nel senso di ignorare quindi di non conoscenza, sia collegata alla paura, no? Io devo dire che personalmente sono molto più curiosa e colpita da come le persone rispondono alla domande, nel senso: molte domande a me sembrano scontrate, non lo so, anche soffermandomi a sentimento, come chiedo alle volte quando le persone non trovano il coraggio di rispondere perché è questione di coraggio, o non rispondo o rispondo in maniera falsa: bisogna trovare il coraggio di rispondere, di dire effettivamente… come c’è anche un tempo per pensarci, perché a caldo uno risponde, poi metabolizza e riporta magari un altro pensiero, magari più articolato. Questo mi colpisce molto, però, grazie anche alle risposte del pubblico, io ho trovato degli aiuti a quelle che erano le mie risposte di pancia che venivano automaticamente, per esempio, è venuto fuori sulla domanda “sei favorevole o contrario ad una coppia omosessuale che decide di avere figli?”, alcuni mi hanno risposto: “sarei preoccupato per l’ambiente, non per la coppia che accoglie questi figli, ma per la società che accoglie figli di coppia omosessuale”; la domanda sulla prostituzione: “vocazione o costrizione”: abbiamo trovato anche una parte buona di vocazione, per esempio, ad Arezzo. E questo è interessante, appunto, per il lavoro di inchiesta e già Pasolini lo fece, perché si metteva l’accento sulle differenze tra nord e sud, tra i ceti sociali differenti e ne è venuta fuori una cosa diversa da quella che ci si aspettava, un po’ come, un po’ stiamo riscontrando anche 50 anni dopo.

Luca: Il mio problema è questo: se vediamo la situazione delle coppie omosessuali  da un determinato punto di vista, possiamo vedere questa situazione come un cambiamento di una opinione pubblica. Cosa voglio dire? piano piano le persone si stanno abituando o stanno pensando che è qualcosa di possibile, legale, non amorale quella di stare con una persona dello stesso sesso. Quindi c’è questo “shift”, questo cambio di opinione. Quello che io mi chiedo: come c’è stato questo cambio di opinione su questa materia, non ci può essere un cambio di opinione su altre materie, ad esempio, la pedofilia? Cosa voglio dire? Fin dall’antichità ci sono stati casi di pedofilia, come ci sono stati casi di omosessualità; per un certo periodo a causa della cultura cristiana tutti questi casi sono stati taciuti. E quello che mi chiedo: in questo momento noi consideriamo, per esempio, la pedofilia qualcosa di estremamente negativo, ma in un prossimo futuro, se l’opinione comune cambiasse, anche questo tema della pedofilia sarebbe accettabile come piano piano noi stiamo accettando il tema dell’omosessualità? Non è una domanda a voi come attori, ma a voi come persone, diciamo, intellettuali…

Valentina: Morale deriva da “mos, moris”, no? Quindi usi e costumi. Gli usi e costumi seguono la condotta umana. Quindi io credo che possa anche avvenire qualcosa del genere. La pedofilia, anche lì, l’etimologia della parola è amore nei confronti dell’infante, quindi è amore, sempre. È un discorso molto articolato che abbiamo affrontato, anche, preparando lo spettacolo, perché effettivamente una ragazza di 11 anni a cui arriva il ciclo è naturalmente propensa a riprodursi, la natura ci sta dicendo che in quel caso potrebbe essere. Però dobbiamo renderci conto che ci sono una serie di sovrastrutture culturali, che in qualche modo abbiamo introiettato. Però come dici tu, se stiamo riuscendo, perché credo che questo sia il tuo sentimento, che nella società stia avvenendo questo passaggio, in qualche modo si arriverà a percepirlo come consuetudine, il fatto che una coppia omosessuale possa stare insieme, possa avere dei diritti come coppia e ad avere dei figli. Probabilmente, io credo che potrebbe anche succedere, non so quando, non so come, però potrebbe…

Antonio: Un anno fa feci le stessi domande che stiamo facendo a voi a Barcellona: c’era un laboratorio teatrale, con dei ragazzi che lavoravano con me per una settimana e lì, visto che 5 anni fa uscì questa legge per la legalizzazione dei matrimoni omosessuali e naturalmente anche dei figli, era un dato di fatto, non c’era dubbio, il 99,9 % accettavano immediatamente. Io non so rispondere alla tua domanda, penso però lo metterei nella casella “colpe dei padri ricadono nei figli”, nel senso: siamo noi a decidere com’è la nostra società, quindi evidentemente c’è da capire cosa succederà. Possono essere molti i cambiamenti di costume. Hai toccato un tasto complesso, difficile. Però un tasto che dovrà in un modo o nell’altro gestito dalla società stessa, cioè quindi da voi che siete un po’ più giovani di me o quelli dopo di voi. È evidente che in assoluto “impossibile” non esiste, attualmente lo vedo abbastanza impraticabile (anche come domanda ci ammazzano!); nell’idea politica di…in un’idea di discussione dialettica che stiamo facendo, non accorperei le due cose: cioè l’omosessualità non c’entra niente con la pedofilia, questo ovviamente penso che siamo tutti abbastanza d’accordo, ma attendere quello che sta capitando e che per esempio la famiglia che noi conosciamo, che noi conoscevamo, non ha più la stessa fisionomia, sta mutando, questo mutamento però mi sembra in parte voluto da noi stessi, insomma, altrimenti non si spiegherebbero la quantità di persone…Non so se avete visto i dati sui divorzi e sui matrimoni, o sulle famiglie allargate, che ormai sono una realtà non dico maggioritaria ma quasi, sta veramente rendendo moltissimo alla nostra società.

Alessandro: Trovo innanzitutto bello, nobile e utile riproporre la voce di un intellettuale, come Pasolini. Mi ha scosso, mi è piaciuto molto…piaciuto, beh, non è proprio la parola corretta. Voi avete preso “Comizi d’amore” di Pasolini e ne avete riproposto diversi stralci, diversi frammenti, però avete dimenticato di riproporre la fine, di farci vedere come finisce il documentario di Pasolini. Perché la stessa vostra proposta non ha una fine. Sarebbe stato, trovo, molto più interessante confrontare la fine del documentario di Pasolini, quindi col suo giudizio riguardo l’Italia della metà degli anni ’60, con un giudizio vostro o comunque di voi che avete condotto l’indagine parallela, riguardo un giudizio dell’Italia del 2012 e farne un confronto, vedere le evoluzione e sovrapporre. Trovo che questo sia mancato. In secondo luogo riguardo invece lo spettacolo in sé, è uno spettacolo che provoca, penso, tante reazioni, già il fatto che si vada nel pubblico direttamente crea necessariamente delle reazioni impreviste. Trovo il contrasto tra le scene di Comizi d’amore e il vostro modo di rappresentare e di teatralizzare; nel senso che Comizi d’amore lo trovo pervaso da una dolcezza, una tranquillità, mitezza che invece sono di contrasto a una specie di inquietudine che voi trasmettete nella vostra rappresentazione e quello che dite e come lo dite. Trovo inoltre che il vostro modo di fare domande al pubblico, non penso sia utile, almeno nel teatro, poi non so, per strada forse sì, ma nel teatro qui dove l’avete fatto voi, non penso sia utile, perché vi ponete in modo teatrale non naturale al pubblico, che è naturale. Cioè voglio dire che nel modo di porre le domande, voi vi teatralizzate, siete teatralizzati e teatralizzate ciò che fate e quindi vi ponete in modo innaturale rispetto a un pubblico che recepisce naturalmente e quindi si sente di conseguenza inibito a rispondere o provocato. Non c’è naturalezza come nel documentario di Pasolini, invece c’è sempre distanza. E questo voglio evidenziare rispetto al documentario di Pasolini, cioè queste differenze forti: nel documentario di Pasolini c’è una grande naturalezza ed è piacevole, mentre qui no, qui c’è tensione proprio per questo contrasto.

Antonio: Non è una domanda, quindi non devo rispondere, no?

Alessandro: La domanda è perché non avete messo la fine del documentario?

Antonio: Lo spettacolo, come dichiarato, è un teatro inchiesta che è partito due settimane fa, terminerà fra un anno. Noi il 3 ritorniamo a Torino, lo rimettiamo in prova, grazie ai risultati e alle risposte che stiamo avendo, abbiamo avuto anche da voi. Quindi cambierà ulteriormente. Se voi poteste vedere lo spettacolo fra un anno ne trovereste un altro. Un esperimento anche nel teatro questo, quindi capisco quello che dice Alessandro, perché questo non è l’aspettativa del teatro che probabilmente aveva Alessandro, il nostro è un altro esperimento: non è nuovo, il teatro greco spesso faceva così, mutava a seconda delle persone che aveva davanti. Quindi noi fra un anno, ma non solo, fra quattro mesi, fra tre mesi, molto probabilmente la prossima replica sarà ancora, no, la prossima no perché è uguale, perché siamo a San Severo, ma fra un mese sarà ancora diversa. Il perché non c’è un finale è una scelta, perché, noi, il nostro finale sono le domande e non vogliamo dare nessun giudizio, nessuna risposta. Il documentario di Pasolini ha un altro taglio rispetto a quello che noi vogliamo fare: il documentario che noi faremo (perché noi faremo un documentario fra un anno con tutte le interviste le domande che avremo fatto, ecc.), vedremo che taglio debba avere: non è detto che abbia la stessa e identica dolcezza di Pasolini e neanche la nostra tensione, magari ha un’altra cosa ancora. L’unica cosa che mi sembra interessante dire è che il nostro concetto di teatro, che può piacere o meno, è di un teatro vivente, quindi vuol dire che noi oggi sappiamo quello che è successo, domani anche, fra un mese no, stiamo già pensando di mettere dei pezzi, toglierne altri, soprattutto sulla prostituzione, perché c’è stato un grosso dibattito. Crediamo che sia un progetto di questo genere. Quindi se la domanda, per non rispondere a quello che dice giustamente Alessandro, che ha una sua opinione, e perché non il finale, perché noi abbiamo scelto di non avere il finale, né di Pasolini, né il nostro.

Alessandro: Dico che facendo così rischiate che questa opera sia inutile, perché Pasolini volutamente ha bisogno, lo dichiara, di un appoggio intellettuale, infatti interpella Musatti e Moravia e lui conclude. Rischia di essere inutile, perché, senza la mediazione intellettuale che non è il giudizio diciamo morale, ma è il giudizio sociale, sociologico, rischiate di non lasciare un documento, rischiate comunque alla fine di non lasciare testimonianza e traccia, ma di lasciare una cosa a metà.

Antonio: In realtà no, ripeto, il lavoro di teatro, l’inchiesta che stiamo facendo, gira in l’Italia, ha intanto il senso di nutrirsi di quello che sente e vede (si nutrirà anche delle tue opinioni), ma ha intenzione di lasciare un documento, nel 2013 perché siamo, al 50esimo anniversario di quando Pier Paolo Pasolini fece Comizi d’amore. Ora ti rispondo come intellettuale: (questa è la risposta registica teatrale): la risposta da persona, da intellettuale fuori di qua: non credo assolutamente che noi dobbiamo dare delle risposte, non così didascaliche. Le persone che usciranno da qua avranno le loro risposte, anche in questa loro piccola tappa, che non è completa, perché è completa fra un anno. Questa è la mia opinione però, che naturalmente è un’opinione personale, e non è un giusto o sbagliato. Sull’inutilità di questa operazione, lascerei naturalmente che vi esprimeste voi e non posso contestare: quando un attore si mette in scena, si spoglia nudo e dice: “giudicatemi”. Quindi il vostro Giudizio è assolutamente principe e sempre giusto.

Alessandro: Per evitare un fraintendimento, non intendevo risposte, nel senso alle domande precise che avete fatto, ma intendevo un giudizio su…

Antonio: Io ho inteso benissimo. Io ho inteso bene, però anche su quello non sono d’accordo come intellettuale; come teatrante dico che il giudizio è vostro, non è mio, io il mio l’ho fatto, come dire? Quando un cuoco cucina, fa una bella pietanza, la dà al tavolo e poi chi mangia giudicherà quel piatto e ha sempre ragione chi mangia non chi fa il piatto, come teatrante. Come intellettuale non concordo sul giudizio, perché credo che il ruolo debba essere un altro e che in realtà un giudizio, debba arrivare a chi è dall’altra parte, però questo è un fatto personale.

Alessandro: Però lei non sta dicendo che non è d’accordo con me, ma sta dicendo che non è d’accordo con Pasolini, che lei ha ripreso.

Antonio: No, no, non credo di dire questo, però vabbe’…è un’opinione e rispetto la sua, assolutamente.

Celeste: Io vorrei porre una domanda sulla scelta del costume di scena: perché il nero, perché scalzi?

Antonio: Il nostro era un tentativo di eliminare qualunque, anche i capelli, di mettersi abbastanza al servizio di questi cambiamenti, dove potessimo risultare meno personaggi possibile: una sorta di neutralità che non esiste, è un’illusione assolutamente, una convenzione. Quindi chiediamo al pubblico di accettare la convenzione del fatto che non siamo personaggi: questa è anche una nostra poetica ed evoluzione in questi anni: noi stessi non crediamo molto nei personaggi: se voi vedete gli altri lavori del “Teatro delle Forme”, non ci sono più personaggi, non esistono più, esistono relazioni, ma non sono più personaggi: quindi il costume riflette un po’ una poetica che il Teatro delle Forme sta un po’ portando avanti, sull’assenza del personaggio in scena.

Francesca: Io volevo fare una domanda per quanto riguarda una scena dal punto di vista attoriale: c’è stato un momento di interazione tra due attori, nel momento in cui le luci sono cambiate e sono diventate blu e con quella musica di sottofondo avete fatto quei movimenti…ecco io vorrei un po’ sapere se è una metafora del rapporto tra uomo e donna e nella relazione…Ho notato a un certo punto, quando vi siete bloccati al centro che fosse come una similitudine: l’uomo o la donna oggetto, l’utilizzo dal punto di vista sessuale e poi il riuscire a trovare una relazione che andasse oltre. Ecco, era questo il senso?

Antonio: A noi va benissimo quello che hai trovato tu. Nel senso che il nostro senso era molto semplicemente l’impossibilità di incontrarsi, la difficoltà di incontrarsi e che forse poi dopo, se avete notato, il video dopo, Amanda, quella ragazza che poi si è uccisa malamente (non se avete seguito il caso!); perché lei si è ammazzata, bevendo un litro di candeggina. E lei, se avete visto, tirava i suoi foglietti, ha indugiato per un secondo in più su un solo foglietto, che era il penultimo, con su scritto “sono sola ho bisogno di qualcuno”. E ci siamo permessi di riproporre quel video, perché la madre ha deciso di lasciare su Youtube a monito, come scuola, come insegnamento. Perché spesso utilizziamo questi mezzi, interessanti, bellissimi, ce l’ho anche io, fondamentali, ma che bisogna saper usare, perché sono rischiosi. Noi abbiamo avuto una di queste discussioni a Torino, una signora che è venuta abbastanza in lacrime, perché sua figlia non può più entrare su Facebook, perché non so cosa abbia sbagliato, se abbia messo una fotografia sbagliata, detto qualcosa…comunque appena entra, l’ammazzano di parolacce. Quindi sono strumenti difficile. La scena a cui lei si riferisce è proprio, per noi era un tentativo di dire è difficile incontrarsi, difficile parlarsi, difficile…abbiamo tanti amici su Facebook, tante relazioni eppure non riusciamo a incontrarci. Quello che poi lei ha provato è un’evoluzione ancora ulteriore che è assolutamente bella.

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