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Posts Tagged ‘L’imbecille’

resistenze012 CONFRONTO POST-SPETTACOLO 

con Francesco Martinelli
su “L’imbecille-La patente” due atti unici di Luigi Pirandello
presentato da “Teatro delle Molliche” di Corato
diretto da Francesco Martinelli

Roberto: voglio capire come si inquadrava il primo atto, in quale contesto.

Francesco: cioè “L’imbecille”. In un cotesto di fermento elettorale. Con precisione il contesto è questo: un deputato, Guido Mazzarini, vince all’interno di un collegio elettorale e dopo otto mesi i rivali non si rassegnano e continuano la loro battaglia politica contro questo personaggio, il quale per vendicarsi manda un regio commissario, come se fosse un commissario straordinario, a governare il paese di Costanova. Paroni, che è il proprietario di un giornale, sicuramente politicizzato, che faceva parte dello schieramento opposto, è in fervore tale che in qualche modo prega la morte di questo deputato e manifesta tutto il suo odio. Costanova, non si rassegna e continua a manifestare, a mettere in piazza la propria violenza, oltre che opposizione politica. Non ho voluto mettere dei riferimenti storici: è un contesto che può essere valido anche adesso, tra un po’ soprattutto! Speriamo che nella nostra campagna elettorale non ci sia qualche “imbecille” e, se c’è, speriamo che sia messa in evidenza la propria buffoneria. Pirandello dice che questo può essere fatto da un antieroe, che è Luca Fazio, che è prossimo a morire. Questa possibilità viene attribuita ad un personaggio come Luca Fazio, che sta per morire, e quindi non sappiamo alla fine se questo suo coraggio sia autentico oppure è il coraggio di chi ormai è prossimo a morire e non ha nulla da perdere.

Tristano: c’è molta fantasia o sono cose che accadono?

Francesco: tu che dici? C’è molta fantasia o sono cose che accadono?

Tristano: sono cose che accadono.

Francesco: ah, allora non mi fare la domanda a trabocchetto: sono cose che accadono. Bravo.

Paolo: hai presentato queste due storie come fossero un rebus? Una rappresentava i giochi malsani della politica, l’altra la stupidità, la superstizione di un popolo. Stupidità di un popolo nello specchio della politica. Era questo? Perché l’ho trovato un binomio interessante, ma spaventoso, veramente spaventoso.

Francesco: ci sono molte cose che nei due atti unici si possono mettere in relazione, confrontare, deducendone comunque una stessa poetica, uno stesso pensiero, che è quello di Pirandello. Forse quello che li accomuna è il fondale che abbiamo scelto: questa schiera di uomini disumani, dove non c’è più umanità. Questi eroi: Luca Fazio e Rosario Chiarchiaro, sono degli antieroi, sono delle persone perdenti, delle persone emarginate, non sono gli eroi che vengono glorificati. Vogliono punire non il singolo, ma l’intera società: Luca Fazio tramite la lettera, dove l’imbecille si dichiara imbecille; invece il Chiarchiaro vuole vincere la società, da una parte con rassegnazione, ma dall’altra con un po’ di furbizia, perché lui approfitta del male della società per sopravvivere. Non c’è proprio pietà, non c’è alcuna pietà. Luca Fazio è l’unico che in questi due atti dice “ho pietà della tua buffoneria”. Ha pietà? Questa parola in Pirandello io non la trovo genuina, la trovo sempre vendicativa, piena di astio, sempre detta fra i denti. Ci sono tanti parallelli tra i due atti unici.

Paolo: io mi chiedevo perché quei due. Però è proprio lampante. Luca Fazio si serve in qualche modo, tu hai detto della cattiveria, (hai distinto un po’ cattiveria e stupidità; in realtà per me cattiveria è stupidità e ce n’è molta in quei giochi politici che vediamo ne “L’imbecille”); si serve per dire: io sono morto, ma non ero un imbecille; o meglio: non ero io l’imbecille.

Francesco: se devo giudicare Luca Fazio e Paroni, dal mio punto di vista è più cattivo Luca Fazio, perché Paroni è uno dei tanti. Può essere stupido, ingenuo, irresponsabile, istintivo, può essere tante cose, però questa voglia di Luca Fazio di vendicare qualcuno la leggo come una cattiveria; forse era meglio parlarne oppure andarsene e lasciare gli imbecilli con gli imbecilli, piuttosto che lasciare un segno di vendetta. Ha fatto come ultimo atto, un atto brutto, perché è un atto di vendetta.

Paolo: sì, questo è vero, infatti non ci sono buoni e cattivi alla fine, soprattutto ne “L’imbecille”, ci sono solo imbecilli…

Francesco: e cattivi.

Paolo: ma non imbecilli…

Francesco: be’ uno che si suicida, uno che si vuole vendicare, dal mio punto di vista non è che sia buono. Sono due cose orrende: togliersi la vita e la vendetta, sono due cose orrende. Anche se è lì, che è malato, però lui si vuole proprio suicidare, cioè si vuole sparare.

Paolo: hai detto bene: non è buono. Ma secondo me la distinzione forte fra i due si sente ed è interessante, soprattutto poi vista nella prospettiva di una..

Francesco: ma tu come l’hai visto Luca Fazio? è buono?

Paolo: no, io l’ho visto…mi faceva paura, ho provato dell’inquietudine nel vedere il modo in cui si è comportato, ma buono no. Ma infatti secondo me è un quadro tutto molto negativo, anche nei personaggi del commesso e della redattrice, molto negativo: questo che è arrivista, questa che è “oohh il cadavere, che schifo!” (imitando parodicamente la voce), però è tutta eccitata; molto negativo anche nel personaggio di Luca Fazio.

Angela: nessuno esce vincente in queste storie. Alla fine l’essere umano dimostra di essere quello che è, cioè con le sue debolezze. Sia da una parte che dall’altra non esce un’immagine bella e pura dell’essere umano.

Francesco: vincenti ne usciamo noi, qualora diciamo di non voler essere così.  Io penso che c’è un modo per dialogare con la bruttura della società, io penso che ci sia un modo: che non è quello però della vendetta, quello del rancore, addirittura pregare la morte di qualcuno, o chiamare jettatore qualcuno, o fare della jettatura un mestiere. Penso che ci sia un altro modo di dialogare e Pirandello non l’ha messo in scena. Pirandello, alla fine della sua vita, dà una soluzione al dialogo con questa società, molto estrema: che è quella di andare su una montagna e staccarsi da tutti e vivere in  una forma di ascetismo onirico e rimanere lì, come “I giganti della montagna”, stare lì sulla montagna e vivere di sogni. Lui arriva a questa conclusione; io personalmente non la condivido.

Silvio: io vorrei soffermarmi sull’aspetto che riguarda l’interpretazione degli attori e non guardare l’autore, i testi. Vorrei capire dal punto di vista umano, dal punto di vista della forza che muove l’attore nell’entrare nel personaggio e in qualche modo cercare un incontro con questi personaggi. Come hai vissuto tu, nell’affrontare questi personaggi che hai interpretato, molto bene, nel capire così il pensiero di questi. Come sei entrato, come hai scelto e come hai vissuto l’interpretazione di questi personaggi?

Francesco: grazie per questi complimenti sulla mia recitazione. Bene che li senta anche mia madre, perché dice: figlio mio tu sai fare tutto tranne che recitare. (ironico) Ecco, mamma, senti, che c’è qualcuno che… ed era sveglio, mi guardava, mi sentiva… Passando al personaggio: per quanto mi riguarda io li sfrutto i personaggi, li utilizzo, perché fondamentalmente, e qui forse ha ragione mia madre, non sono un attore: sono un artista. Io ho bisogno di dire qualcosa e sfrutto questi personaggi. Quindi, quando li recito, li recito come se fossi in negativo, come se vedessi una fotografia in negativo: voglio dire una cosa utilizzando il personaggio che non dice quella cosa. Francesco vuole dire una  cosa, come artista, ma utilizza Luca Fazio o Rosario Chiarchiaro in contrapposizione a quello che voglio dire io. E’ come se volessi personalmente creare una catarsi di una cosa brutta, che io vedo, su di me, mettendomi questo personaggio e cercando di dire altro. È strano, io non faccio il personaggio, faccio me stesso, però utilizzando il personaggio, per dire delle cose: per dire nel caso di Luca Fazio “state attenti, che la vita è molto importante, state attenti, che la vendetta non è una forma di lotta contro le malefatte della società”; con Chiarchiaro “ state attenti, che qualcuno utilizza certe debolezze, certi vizi della società per farne un mestiere, però alla fine ne soffre tantissimo”(Ci sono un sacco di falsi invalidi che io sono sicuro che ne soffrono tantissimo, proprio perché non essendo invalidi, sì è vero che prendono gli stipendi, però ne soffrono, perché poi la società come invalido ti considera. Quindi già stai mentendo, menti a te stesso, utilizzi un sistema e rimani male). Bisogna stare attenti: Chiarchiaro non è uno jettatore: perché si vuole mettere a fare lo jettatore? Lui dice perché non ha altra via d’uscita. Però la via d’uscita non può essere questa cosa così negativa. Lo dico io che faccio l’artista, a Corato, senza posto fisso, senza teatro, senza niente. Lo dico io, lo posso gridare io, che ci sono altri modi, strumenti per poter affermarsi anche lì dove la società ti va contro, non accetta il tuo mestiere, non accetta la tua diversità, non accetta le tue idee: ti costruisci i tuoi spazi lavorando e vai avanti.

Silvio: attraverso quello che hai detto in effetti viene fuori il tuo pensiero, perché di solito è l’attore che viene utilizzato, invece viene fuori da quello che hai detto…

Francesco: il contrario…

Silvio: il fatto che ti identifichi più come un artista, che come un attore. Complimenti.

Francesco: grazie. Qualsiasi cosa faccio sembra che sono io. Questo sta nel fatto che ho l’esigenza di comunicare. Tanti colleghi sento che dicono “ mah nel teatro non c’è nulla da dire, noi non vogliamo dire nulla”; al contrario: io voglio dire tutto! “devi pensare quello che dico io”: proprio l’opposto dei miei colleghi. Chissà che fine farò!

 Marilena: io sono davvero contenta del fatto che per la prima volta in questa rassegna di Resistenze, c’è qualcuno che dice la sua verità, perché spesso con altri artisti, anzi attori o registi, nel momento in cui gli abbiamo sottoposti a delle domande, cioé gli abbiamo chiesto perché hanno fatto questa cosa, cosa gli ha spinti, qual è la loro posizione; o si sono astenuti oppure addirittura hanno chiesto a noi. Il punto è vedere l’ottimismo dove in realtà c’è il buio, più buio c’è più luce ci deve essere… alla fine la luce prevale sul buio. Questa penso che sia la tua poetica. E poi un’ultima cosa, riguardo il fondale. A me piace tantissimo, sono rimasta affascinata, passerei anche ore a guardarlo: questi volti senza capelli, sembrano delle anime in pena.

Francesco:  Chiarchiaro dice “ ho accumulato tanta bile, tanto odio per questa schifosa umanità”; Luca dà dello schifoso, del buffone, del pagliaccio a Paroni, quindi in qualche modo questi “E.T.” sul fondale sono la sintesi di una bruttura, che è quella, per Pirandello, della società.

 Marilena: sembrano disperati, senza ragione, non so, sembrano persi…

 Francesco: disperati non tanto, perché essendo tutti uguali, si dimenticano di essere così. Disperati siamo noi li guardiamo. ( ride) Disperato è uno che ha i capelli, va là dentro e chissà che cosa ti fanno! Allora subito ti rasi, così sei uguale all’altro e non ti fanno niente.

Marilena: sembrano dei manichini, dei prototipi, una specie di uomini, una specie.

Fancesco: sì. Poi tu hai detto “la tua poetica”. Non è la mia poetica, perché ci sono questi mostri, ci sono queste forme di bruttura, non è la mia poetica.

Marilena: no, io ho detto che comunque alla fine il tuo scopo è andare oltre quello e dimostrare che comunque c’è la luce.

Francesco: sì, però in Pirandello non c’è. La luce è proprio zero. Per Piradnello ci sono fuochi fatui, non ci sono luci.

 

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