Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘La cisterna’

resistenze0127° CONFRONTO POST-SPETTACOLO 

con Massimo Zaccaria
su “La cisterna” di Salvatore Arena
presentato da “Mana Chuma Teatro” di Reggio Calabria
interpretato e diretto da Massimo Zaccaria

 

“Prima di raccontare mi chiedo perché scelgo di raccontare questa storia e non un’altra? Pinuccio anni addietro lavorava in una rimessa lavaggio. Un compagno cade dentro la cisterna al cui interno ci sono vapori di zolfo, non ha scampo così come non hanno scapo gli altri tre suoi compagni intervenuti per aiutarlo. Un Giufà pugliese contro voglia, suo malgrado. Chi è Pinuccio, cosa vuole? Vuole che il nastro del tempo si riavvolga, vuole cancellare dalla sua testa il ricordo, il senso di colpa per la morte dei suoi amici. Vorrebbe entrare nella cisterna e salvare tutti.” ( Dalla presentazione dell’autore)

 

Massimo: mi è stato chiesto da parte di Francesco di confrontarmi dopo lo spettacolo e mi sembra una cosa molto giusta confrontarsi e ascoltare i pareri di chi è di fronte,  perché il pubblico fa da testimone a ciò che sta osservando.

Angela: volevo sapere da dove nasce la scelta di questa storia che abbiamo sentito ai telegiornali. Ha avuto a che fare con i protagonisti, chi è sopravvissuto, di questa storia?

Massimo: innanzi tutto l’idea dello spettacolo, di parlare di incidenti sul lavoro, è nata davanti a un’impalcatura a Lecce con Salvo, e Salvo mi dice: “ascolta, guarda questa impalcatura: c’è una rete verde bucata, cosa ti rappresenta?” Mi rappresenta, gli rispondo in modo molto banale e generale, il mondo del lavoro. “Sì il mondo del lavoro. Ma questa impalcatura e questa rete bucata a me rappresentano che manca la sicurezza sul lavoro e un operaio può cadere, inciampare farsi male o addirittura morire.” È una tematica interessante. Per trattare le morti, in generale, bisogna andare sempre in punta di piedi. Perciò gli ho chiesto di farmi riflettere, di pensarci. Poi siccome volevo partecipare al Premio Scenario, edizione 2009: senti Salvo io ci ho riflettuto: ok. Voglio parlare delle morti sul lavoro! Ho cominciato ad intervistare tutte le categorie degli operai, tutte: dall’operatore ecologico, al fabbro, all’autista…, insomma qualsiasi categoria di lavoro. Inizialmente noi ci stavamo basando su un altro tipo di storia: non eravamo ancora convinti che cosa raccontare delle morti sul lavoro. Finché il 3 di marzo 2008 accade questa maledetta tragedia. Mi arriva un messaggio da Salvo (era di mattina me lo ricordo benissimo) che fa: “vai immediatamente a comprare Repubblica e vedi cosa c’è sulla prima pagina.” Corro prendo Repubblica e vedo: 4 operai morti (non erano ancora 5, perché l’altro era ancora in coma, erano 4 operai morti, il quinto morì il giorno dopo). La storia è questa da raccontare, raccontiamo la tragedia della Truck Center di Molfetta e da lì abbiamo avuto la base per iniziare a lavorare. Il personaggio che avete visto, Pinuccio Mazzarri non è altro che un personaggio inventato, perché comunque la scrittura de “La cisterna” si è ispirata alla tragedia della Truck Center di Molfetta e il sesto sopravvissuto sarebbe quello che racconta.Quello che si è salvato, l’ho intervistato, non si fece vedere dalle telecamere e diceva di nascosto: io ho paura, io ho para. E da lì abbiamo capito che comunque gli è mancato il coraggio ad intervenire. Però il messaggio principale di questo spettacolo è: se fossi stato al posto suo che cosa avrei fatto? Sarei intervenuto a salvare gli altri miei compagni o no? Questo spettacolo oltre a denunciare le morti sul lavoro, parla anche di precariato non solo materiale ma anche sentimentale. Un uomo che vede morire i suoi compagni sul lavoro e che non è intervenuto per paura, dopo non è più lucido, non dorme più la notte, perde la cognizione del tempo, perché comunque hai quella immagine davanti sempre costante, notte e giorno. Quindi siamo partiti con lui che si è inventato una malattia al braccio ma è bugia, è semplicemente un dolore dentro, e quindi che fa? Impazzisce, tutti lo pigliano in giro. L’unica cosa che ha per liberarsi da questo male è l’attesa del Santo: San Nicola, che gli fa il miracolo. Ma San Nicola non gli fa il miracolo, se ne va. Quindi alla fine cosa serve per liberarsi da questo male? Raccontare la verità: che sono stato un vigliacco e che ho avuto paura di salvare i miei colleghi.

Emilio: ho capito che tu hai fatto pressione su questo personaggio che effettivamente si trovava in un momento molto delicato, però secondo me non è il caso di prendersela con una persona che magari dopo tutto può fallire. Cioè il vero problema è il precariato sul lavoro o le infrastrutture che mancano e non garantiscono la sicurezza dovuta. Però credo che la domanda non debba essere per forza che cosa avresti fatto tu al posto suo perché come esseri umani siamo tutti capaci di sbagliare… Poi anche la nube tossica che fuoriesce improvvisamente da una cisterna è comunque  un evento molto spaventoso, molto allarmante. Insomma è facile che una persona vada in crisi. Però ciò nonostante ho apprezzato molto lo spettacolo. Ho notato anche che nella prima parte le tematiche sono anche un po’ diverse, tant’è che mi ero immaginato una morale diversa perché all’inizio ho visto una persona che, certo, è schiava (si scopre dopo che è schiava del rammarico, dei rancori di ciò che è successo), però effettivamente è resa schiava da tutta una serie di situazioni: famigliare, sociale, di lavoro. Addirittura quest’uomo si illude di lavorare in un parcheggio, giusto?

Massimo: racconta che ha lavorato nel parcheggio: è stato il suo primo mestiere.

Emilio: io forse non ho capito bene la linea temporale degli eventi. Credevo di aver capito che quest’uomo “lavorasse”…

Massimo: parla del suo passato.

Emilio: è passato, quindi è precedente all’evento della cisterna?

Massimo: lui è in una piazza.

Emilio: sta raccontando che ha lavorato anche in un parcheggio, però effettivamente contare le automobili non è proprio un lavoro.

Massimo: allora leggiti il libro: “ Cento lavori orrendi” in Inghilterra!

Emilio: ah esiste veramente?

Massimo : esiste veramente.

Emilio: io ho pensato una cosa completamente diversa, cioè che quest’uomo fosse in una situazione di squilibrio tanto da impazzire. Comunque un lavoro molto umile, molto semplice, molto sguarnito di difese anche in caso di crisi.

Massimo: ci piace mettere la fragilità.

Emilio: mi sento in qualche modo di non colpevolizzare questa persona. Tutto qua. Io per esempio se fossi stato al suo posto, non so cosa avrei fatto, però non mi sembra scontato rispondere, cioè è una situazione critica.

Massimo: è una domanda o una considerazione?

Emilio: no, è una considerazione.

Massimo: quindi non c’è bisogno di risposta.

Emilio: non è ovvio diciamo dire: “avrei fatto bene, avrei fatto male”. E’ una situazione più da compatire che una in cui c’è da immedesimarsi, secondo me.

Lavinia: io credo di aver capito che la salvezza di quest’uomo sta appunto nel confessare la verità; però è anche vero che quest’uomo, per tanto tempo, ha cercato di omettere, nascondere la verità. Poi sommando questo dolore, sul braccio, proiettando questo dolore su qualcosa di fisico, piuttosto che spirituale, anche se la coscienza comunque lo addolorava. Io non capisco perché e quando lui ha deciso di confessare a se stesso la verità. Come l’hai vissuta?

Massimo: hai visto gli insulti della piazza mi dicono “e dai, racconta come hai perso il braccio, è inutile che ci pigli in giro che sei stato sulla barca che guidavi il camion, basta”: alla fine lui non ce la fa più. La gente, la gente della “piazza”, lo sa che finge, però si diverte a prenderlo in giro: è il Giufà cretino del paese. In qualsiasi paese penso, città, luogo, troviamo questo soggetto che la gente piglia in giro, un Giufà pugliese: “divertiamoci, dai, balla, fammi vedere come balli,” perché se ne approfitta di uno che è fragile. Ci piace mettere la fragilità in scena: noi abbiamo raccontato la fragilità dell’uomo. Siamo tutti fragili. Ecco perché poi si mangia il panino, lo sputa e dice “ora vi racconta come ho perso il braccio”, è la metafora, il braccio, per qualcosa che sta dentro. Ce l’ho sempre qui allo stomaco e non riesco a buttarlo.Sì io ho sentito che è accaduta quella tragedia, mi faccio la mia idea, però è più interessante sentire chi l’ha vissuta. In questo caso la nostra storia racconta che cosa è successo veramente quel giorno.

Lavinia: quindi è come se avesse scoperchiato tutte le difese che si era creato.

Massimo: certo, è abbattere i muri, liberarti della maschera che hai. È un po’ come andare a teatro, no? Salire sul palcoscenico prima o poi questa maschera che ci costruiamo nella quotidianità bisogna buttarla ed ecco perché bisogna lavorare sulle fragilità, denudarle, denudarsi; non avere paura, timore di essere giudicato, sospendere il giudizio. Quindi bisogna dire “ok, ammetto che questi sono i miei difetti” ecco. Questo è quanto.

Lavinia: ho capito quale è stato il passaggio: si è reso conto che era tutta una presa in giro, sapeva che la gente sapeva.

Massimo: sì, però voglio dire che “tanto è il cretino, facciamolo raccontare” in effetti la sua follia si vede anche nella gestualità (abbiamo lavorato su ogni punto dello spettacolo, ogni virgola dello spettacolo, gesto, corpo). Ecco la prima cosa da cui siamo partiti è il corpo: com’è il mio corpo rispetto a questa situazione? È un classico personaggio beckettiano,ecco, classico per eccellenza.

Francesca: dal punto vista scenografico, la scelta di questi tre elementi del colore bianco, ha un significato particolare oppure no? Rappresenta la piazza punto e basta?

Massimo: hai fatto una domanda molto interessante. Io giro senza scenografia. Il mio è un teatro immediato. Stasera è capitato il bianco. Domani farò un’altra replica: non so se avrò le tre sedie marroni o…Perché il nostro è un teatro chiamiamolo povero, perché non abbiamo furgoni, non abbiamo nulla, viaggio da solo. Inizialmente l’idea di Salvo era di mettere la cosa delle feste patronali, coi lumini, la finestra, lo scalino in fondo più grande, la sedia, lo sgabello, insomma tutto ciò che riguarda la piazza. Oggi hai visto le tre sedie bianche per caso, perché Francesco ha detto “io questo ho!”. Bene mettiamole. Domani non lo so. Ci piacerebbe avere un furgone, andare in giro con la scenografia, ma quando un giorno si decideranno a sostenerci, allora sì. Ma purtroppo il nostro teatro è questo: basta poco per poter raccontare. Comunque è interessante la domanda che hai fatto, perché sì, ti fa capire che tipo di teatro facciamo , sì,  teatro immediato, si chiama teatro immediato,questo.

Alessandro: ho trovato molto interessante la prospettiva che tu hai scelto per raccontare questa storia.

Massimo: scusami ti interrompo subito. La prospettiva è di Salvatore Arena. Testo e regia sono di Salvatore Arena. Io faccio solo l’attore narrante, ci tengo a precisare, perché sembra che me la sono vista solo io, invece no, c’è stato un regista e autore che ha curato tutto quanto.

Alessandro: è interessante la prospettiva considerata, per raccontare questa storia. Alla fine il fatto in sé della tragedia, dal punto di vista sociale, politico, è stata affrontata in un modo originale perché ci hai presentato la storia del personaggio nella sua quotidianità, in quel che è, nel linguaggio che ho trovato molto funzionale, questa lingua viva, della persona, della gestualità, delle sue storie.

Massimo: è il lavoro dell’attore.

Alessandro: ho trovato molto interessante questa operazione, perché ci rende più consapevoli della realtà di questo fatto: ci è più vicino. Anziché prenderla in un’altra maniera, più complessa, più articolata da un altro punto di vista, più tragico, invece questa linea di quotidianità, di comicità addirittura a volte, questa lingua volgare, ci calano nel personaggio, nella sua essenza, nella sua storia più intimamente, si crea un’intimità. E quindi questo finale che arriva è più nostro. Poi volevo far notare che una cosa che secondo me non funziona completamente è l’andatura, soprattutto del centro dello spettacolo, perché a volte vedo che ci sono dei meccanismi che si ripetono molte volte: della narrazione, del ricordo di qualche cosa o del gioco tra persona che non c’è e persona che c’è. A volte c’è una specie di ridondanza su questo. Volevo fare questa nota. Però è uno spettacolo che ho apprezzato molto per la sua onestà, per la sua reale esigenza di dire qualcosa, di mostrarci qualcosa che sia utile alle persone e alla storia.

Massimo: se scegliamo di raccontare è perché sentiamo il bisogno e la necessità innanzi tutto, perché se non hai bisogno e necessità: non raccontare. Quindi la prima regola è sentire il bisogno e la necessità. Ti rispondo subito sul fatto del ridondante della ripetizione: quando tu vivi nell’attesa e c’hai dei personaggi, degli animali, quelli che siano, vivi nella quotidianità: dico “dai non fare e lo rifà”. È voluto apposta, drammaturgico, è stato fatto apposta. Non mi voglio giustificare, per carità, ognuno ha i suoi pareri. Ma è una cosa voluta apposta perché tu vivi l’attesa che arrivi una persona, il santo. Nell’attesa può accadere tutto, possono anche ripetersi delle cose. Cosa è per noi l’attesa? C’è stato questo.

Giuliana: da quello che lei ha detto, la mia è un’osservazione e anche una domanda. Sembrerebbe che lo squilibrio mentale di Pinuccio sia stato causato da un senso di colpa o da un rimorso per non aver aiutato i suoi compagni, per non aver avuto questo coraggio. Ma la mia impressione invece è che Pinuccio abbia paura del lavoro, non di quel lavoro, ma di tutti i lavori: di lavoro come causa di morte. Lui finge di essere un invalido, la mia impressione è che lo faccia per evitare nuovamente quel mondo. Questa è una mia impressione.

Massimo: per carità, nulla da censurare, è un’osservazione, un’impressione: ognuno si fa il suo film, ognuno la vede a modo suo ed è giusto che sia così.

Paolo: in qualche momento tu riesci a percepire questo racconto in tempo reale, poi si distacca verso la fine e c’è la piazza e il racconto, però trattandosi di un monologo a tre voci, più voci…

Massimo: più voci.

Paolo: più voci, sì adesso no riesco ad individuare bene il numero di personaggi; questa impostazione realista va un po’ a perdere e quindi può diventare abbastanza tedioso per lo spettatore, questa ridondanza di cui parlava Alessandro prima. Tuttavia vorrei dei chiarimenti soprattutto dal punto di vista estetico: del panino. Quando tu mangi il panino e lo rigetti è come se …

Massimo: ti stai rispondendo da solo, lo rigetto.

Paolo: c’è qualcosa di…cosa succede al panino?

Massimo: il panino è l’unico pranzo durante la giornata.

Paolo: e perché non riesci a mangiarlo?

Massimo: perché mi rimane in gola, lo butto, lo vomito, perché adesso racconto la verità.

Paolo: ah, sempre per quella proiezione fisica

Massimo eh certo!

Paolo: poi tu inizi lo spettacolo come lo finisci, nello stesso modo, io vorrei capire…

Massimo: non ti sto capendo io, scusami…

Paolo: inizia con un borbottare…

Massimo: certo perché lui ha questa immagine della morte dei cinque, ed è come riavvolgere un nastro indietro. Cosa vuole Pinuccio? Riavvolgere indietro il nastro della storia. Quindi parte riavvolgendo il nastro e partendo dalle basi, per arrivare, grado per grado, grado per grado…inizialmente lo spettatore dice “ma che stai dicendo, che mi stai raccontando? Io sono venuto qui per sentire le morti sul lavoro che me ne frega della signora Maria…”: e il teatro è fatto di sorprese. Questo da un punto di vista drammaturgico.

Paolo: a me ha colpito molto questo…

Massimo: la sorpresa?

Paolo: no il fatto che il personaggio dice ad un certo punto “mi sveglio, non è cambiato niente” e alla fine dello spettacolo il protagonista chiude la rappresentazione come l’ha iniziata. Quindi non è cambiato nulla anche dopo la confessione.

Massimo: come non è cambiato nulla?

Paolo: perché si chiude nella stessa maniera in cui è iniziata. Non è cambiato niente in lui, vuol dire che lui non né libero adesso?

Massimo: è libero ora…per me è libero. Una volta che hai detto la verità che cos’altro vuoi dire più?

 

Annunci

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: