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Posts Tagged ‘Anamnesi – Narrazioni paramediche’

resistenze0128° CONFRONTO POST-SPETTACOLO 

con Marco Bianchini 
su “Anamnesi – Narrazioni paramediche” di Marco Bianchini
presentato da “Teatro della caduta” di Torino
interpretato e diretto da Marco Bianchini

 

“Lo spettatore assiste alla terribile battaglia con il pericolosissimo diplococco gram-negativo, alla genesi di tutte le malattie, alle avventure tragicomiche di un artista maledetto e di un ricoverato in terapia intensiva. Il registro del racconto cambia continuamente, passando dal drammatico al farsesco e dal parodistico al tragico. Uno spettacolo che diventa il pretesto per un discorso più ampio che indaga il rapporto dell’uomo con le malattie, il concetto di “guarigione”, i cambiamenti che le malattie provocano nella vita delle persone e il rapporto paziente-personale ospedaliero.” ( Dalla presentazione dell’autore)

Marco: faccio una domanda per prima io, a me stesso (magari una cosa che vi chiedevate voi): ma è vero che ti è successa questa cosa qua? Sì è vero. Altrimenti non avrei fatto uno spettacolo che parla della meningite. Se non fosse successa a me,  non mi sembrava il caso. Quindi è perfettamente autobiografico. E la seconda domanda che potrei farmi è (se lo sapevo prima che mi sarei fatto le domande da me, me le preparavo): la signora che interviene a un certo punto, anche lei esiste veramente? Sì, anche lei esiste veramente, ha anche nome e cognome, vi dirò solo il nome: si chiama Lea ed è una signora di Torino. (Imitando ironicamente la voce del personaggio) quella che parla così, ecco è una signora che esiste. Parla così ed è esattamente uguale così.

Marilena: complimenti innanzi tutto, e poi una domanda personale: in che modo questa esperienza ha cambiato la tua vita? Nelle ultime battute hai detto “ho cominciato ad apprezzare ogni singolo alito di vento, ogni singola cosa, la natura, quello che mi circonda”; volevo sapere a livello emotivo il tuo rapporto con la malattia. Mi è piaciuto molto questo tuo ironizzare, qualcosa che poi in realtà era abbastanza serio, cioè, non c’era nulla per cui sorridere, però sei riuscito ad affrontare comunque un argomento come la malattia. È un po’ lo spauracchio di tutti: la nostra paura più grande è quella di andare incontro a delle malattie, e soprattutto non saperlo, perché tu non lo sapevi finché non è scoppiato del tutto questo virus.

Marco: cosa è cambiato? La mia vita è divisa proprio in due parti: prima della meningite e dopo la meningite. Come è cambiata non te lo so dire molto bene perché… Allora, la meningite ti fa questa cosa: ti azzera proprio il cervello in un certo modo, per cui i ricordi di prima ci sono, non è che non ci sono, un po’ sono spariti, però non ho coscienza delle cose che mi sono dimenticato. È proprio come quando riformatti il computer: il computer è sempre lui, però delle cose non ci sono più, sono cambiate. Non so se è meglio prima o è meglio dopo. In realtà la chiave dello spettacolo è nelle ultime due frasi, che sono questo riferimento al paradiso perduto, fa capire che, insomma, non sono così contento di aver avuto la meningite: perché avrei dovuto essere contento? Non si può essere contenti di aver avuto una roba così! Preferivo non avercela, ma veramente avrei preferito.

Marilena: come hai reagito quando ti sei reso conto che parte dei tuoi ricordi, parte del tuo vissuto non era più tuo o meglio non lo ricordavi più?

Marco: uno va avanti, non puoi fare niente, cioè sei qua e vai avanti.

Marilena: hai poi voluto saperlo da altri, quello che avevi dimenticato, ti è stato riraccontato da altri?

Marco: alcune cose sì.

Marilena: è brutto? Io sono anche nostalgica, però perdere parte del vissuto è brutto.

Marco: siccome c’è questo baratro tra il prima e il dopo, io al prima non ci sono neanche tanto legato. C’è proprio tanta distanza tra il prima e il dopo, non che sia tanto legato al dopo, però…

Marilina: come se fossi rinato…

Marco: (esitando) si…non lo so…un po’ sì, perché devi ricominciare a imparare a fare un po’ tutta una serie di cose. Cinque giorni di coma non sono niente, però la gente che rimane in coma tanto tanto tanto tempo se ne va a riprendersi. Voi pensate quando dormite 10 ore di fila, uno si sveglia che ha un balordone, un po’ più di là che di qua. Pensa che 24 ore per 5 sono stato proprio da un’altra parte e questa cosa me la porto dietro, continuo a portarmela dietro e non me la tiro mai più, quindi un pezzo di me è rimasto di là, non so cosa fosse questo pezzo, ma è rimasto di là. Speriamo sia un pezzo brutto!

Marilena: l’anno scorso sei stato qui con la “Ballata di Van Gogh” quest’anno invece hai portato “Anamnesi paramediche” e mi chiedevo: non sei riuscito a portare in scena questo spettacolo prima di adesso, perché hai dovuto rielaborare questa malattia, oppure è stata una scelta puramente casuale quella di non anticipare…

Marco: questo spettacolo in realtà l’ho scritto prima di “Van Gogh”. Questo spettacolo l’ho scritto nel 2007,“Van Gogh” l’ho scritto invece nel 2011. C’è stato bisogno di prendere un po’ di tempo, un anno e mezzo, prima di prendere distacco dall’argomento.

Michelangelo: il fatto che il cervello sembra si sia quasi resettato non ha influito minimamente sulla sua professione?

Marco: sulle mie capacità attoriali? Sono diventato più bravo. Non lo so se c’entra, forse un po’ più intelligente di com’ero prima, me lo dice gente che mi conosceva da prima da dopo.

Luciano: perché, questo episodio della salute della tua vita, decidi di farne un dramma? cioè di portarlo in scena? Ti intriga l’aspetto della sanità, di tutto quello che avviene nella sanità, oppure la tua esperienza portata in scena? L’argomento della salute (ecco è una sotto-domanda) è stimolante dal punto di vista teatrale?

Marco: è stimolante quando lo vivi in prima persona, credo, perché io non avrei mai potuto fare uno spettacolo su una persona malata, su questo argomento, se non l’avessi vissuto io in prima persona. Può essere un limite mio, però non ce la potrei mai fare. Quindi io lo trovo stimolante perché è capitato a me, perché ho fatto uno spettacolo su questo, perché non potevo non farlo essendo quello che faccio nella vita, fare spettacoli. Di base dovrebbe essere questo. Nel momento proprio in cui mi è capitata questa cosa o trovavo un modo per portarla in scena, oppure mi fermavo e non facevo neanche più teatro.

Marilù: la connessione logica tra Adamo ed Eva, mi sai dire qualche parola in più al riguardo?

Marco: ho detto “partiamo dall’inizio”, e questa qua è venuta proprio da un’improvvisazione che mi sono fatto io per i fatti miei. Io, i miei spettacoli me li provo in casa. Li scrivo, provo le scene, così, tra il divano e il tavolo della cucina e ho l’argomento in testa e: “ potrei metterci degli intermezzi di…, insomma, di storia della medicina, così….”. Adamo ed Eva gli ho scelti perché: prima di loro potevo partire? No parto da lì, la Genesi.

Marilù: sei partito proprio dal principio.

Marco: son partito da lì: è venuta così, in improvvisazione.

Alessandro: penso che il rapporto che si è creato tra la tua storia personale e la storia di Adamo ed Eva sia rimasto un po’ ambiguo, carente nelle connessioni. Prendere la storia di Adamo ed Eva significa inevitabilmente suggerire delle chiavi di lettura o di interpretazione, soprattutto se si mette accanto una storia in modo parallelo. Secondo me ci sono quindi tra la storia di Adamo ed Eva e la storia personale, delle connessioni che mancano, che non sono ben chiare, sono a volte degli echi o, non lo so, degli inviti, però non penso sia ben saldo il rapporto tra di loro, a livello metaforico, a livello allegorico. A parte questo, trovo che lo spettacolo sia scritto bene. Penso che rispetto a quello dell’anno scorso sia una scrittura più matura. Molto più interessante questo che parla di te stesso, della tua vita, rispetto a quello dell’anno scorso. Io non sapevo che tu l’avessi scritto prima. Pensavo di aver visto un miglioramento rispetto all’anno scorso, non che quello dell’anno scorso sia stato… non voglio dire brutto, ma questo è sicuramente migliore, per me, perché: più interessante, più coinvolgente, più pieno di stimoli, suggestioni.

Marco: la cosa di Adamo che non ci sono connessioni: è vero; non è approfondito questo tema di Adamo ed Eva, ma non volevo approfondire, fare il paragone su io e .. Il concetto è della caduta e del prima e del dopo la caduta: la consapevolezza di quello che c’era prima e di quello che c’è dopo. Quindi dopo che Adamo ed Eva hanno mangiato la mela sapevano tutto, però effettivamente non erano così contenti. Io uguale: dopo la meningite ho imparato un sacco di cose, però sarei stato meglio a non sapere. Però ora va avanti così. Qua c’è il parallelo, non va più in là di così. Invece rispetto a “Van Gogh”: è vero; è più un divertissement. Io gli spettacoli ho l’idea poi li sviluppo e poi vengono fuori. Non è che c’ho un programma di come viene lo spettacolo così e parla di questo, perché, essendo che nascono facendoli, mettendoli, provandoli poi prendono vie che io non ce la faccio a seguirli bene come dovrebbero, quindi sono abbastanza dei mostri che si muovono per i fatti loro. Per cui “Van Gogh” è venuto un po’ così, a cartone animato, non è tanto profondo. Lo so, però sai quando hai un figlio che ti viene un po’ scemino…, gli vuoi bene uguale! “Anamnesi” essendo che toccava corde più profonde è venuto poi più profondo.

Lavinia: questa esperienza che hai avuto, sembra essere stata quasi duplice: da una parte c’è l’approccio del malato, sensitivo che è quello che serve, la chiave che tutti dovrebbero avere, dall’altra c’è questa leva che non ho ancora capito bene come ha influito. E’ successivo alla tua esperienza, ha un approccio non più sensitivo, ma più pedante, nel senso di andare a cercare cosa ha scatenato la tua malattia. Poi alla fine se non si hanno delle basi, un sintomo è uguale all’altro come hai messo in evidenza tu, ironicamente, una persona che non ne capisce poi diventa quasi ipocondriaco che vede malattie dappertutto, macchie dappertutto  proprio perché non si ha l’occhio che vede ciò che conosce: quindi se non conosci la malattia ti confondi solamente. E questo è l’approccio che purtroppo hanno molte persone, che non è quello di sentire, un approccio sensitivo così da permettere un’anamnesi accurata da parte del medico e quindi riconoscere subito di che malattia si tratta, ma invece è quello conoscitivo, cioè quello di andare su internet, vedere tutti i sintomi così o magari spaventarsi per una macchiolina rossa o leggendo tutti i bugiardini dei farmaci….. Vorrei un po’ capire quest’altro approccio.

Marco: allora tu hai fatto troppi voli pindarici. La signora Lea è un semplice, banalissimo pretesto scenico. Perché? Perché se fai uno spettacolo che parla della meningite due parole sulla meningite insomma bisogna dirle.

Lavinia: ma proprio due! (ride)

Marco: ma perché: che palle! Allora in una primissima versione dello spettacolo c’era questa parte qua e io la leggevo e basta, e la gente si addormentava. Allora mi era venuto in mente che c’era questa signora Lea. Io l’avevo conosciuta in una situazione in cui lei veniva sempre e faceva delle letture (su degli argomenti di cui non fregava assolutamente a nessuno) per ore, ore e ore: esattamente quello che fa qua la Signora Lea. Allora ho detto: “facciamo questa signora, facciamo farea questo personaggio, questo intervento della cosa pedante”.

Lavinia: proprio l’incarnazione della pesantezza.

Marco: la signora Lea è: l’incarnazione della pesantezza.

 

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