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Ci dedichiamo al confronto VI

resistenze0126° CONFRONTO POST-SPETTACOLO 

con Enzo Scipione
su “Che fare?” di Enzo Scipione
presentato da “Teatrarte” di Formia
interpretato e diretto da Enzo Scipione

“L’opera è tratta dal celebre romanzo di Ignazio Silone “Fontamara”. La disperata esistenza dei “cafoni” cioè di quei contadini che abitavano in un Italia meridionale di inizio novecento, fortemente arretrata. Senza allusioni e sottintesi mostrerà con quanta facilità i potenti di turno, riusciranno a raggirare gli abitanti del paese, con il solo uso della parola, privandoli cosi di ogni diritto, dall’accesso all’acqua, alla libertà di voto. Bisogna lottare anche con gli strumenti della cultura affinché la vita sia migliorie per tutti e soddisfare perciò la fame di giustizia dell’uomo.” (Dalla presentazione dell’autore)

Enzo: oggi la televisione, il computer, il cellulare ci hanno portato un po’ al di fuori della realtà dei giorni nostri. Se io penso a Formia che ha “Acqualatina” [gestore dei serizi idrici locale N. d. R .],(Latina è la mia provincia), è gestita dal sindaco di Formia dal sindaco di Terracina e dal sindaco di Fondi, che sono i tre sindaci delle tre città più grandi e che si sono divisi il territorio, era questa la situazione della deviazione dell’acqua e di tutto il contesto. Il discorso delle camicie nere è un po’ troppo lungo, perché il fascismo in Italia non è mai stato debellato del tutto: intendo fascismo come mentalità, perché siamo tutti noi un po’ fascisti dentro, forse anch’io un po’ lo sono, non lo so, o non me ne rendo conto. Chi sono i veri cafoni oggi? Dico una cosa bruttissima: i morti di Nassiriya, sono tutti del sud. Quindi la penna di Ignazio Silone non si è fermata a scrivere, ha lasciato pensare. È questo quello che mi ha spinto a mettere in scena questo libro “Fontamara” che è , da come dicono, scritto male, uno dei primi e scritto in un italiano un po’ contorto, non si capisce bene dove vuole anna’ a para’. Però scrive determinate situazioni e determinate problematiche di allora che sono dei giorni nostri. Tutto qua. Il testo è  stato scritto durante il fascismo, poi lui ha dovuto scappare in Svizzera. Tutto il mondo ha letto questo libro, tranne l’Italia, non so in quante lingue è stato tradotto, tutti l’hanno letto tranne in Italia, perché all’epoca era proibito, non si poteva leggere questo testo.

Tristano: perché questo spettacolo faceva paura?

Enzo: (ride) visto dagli occhi di un bambino sì, perché anche a mio nipote faceva paura. E forse le cose che dico sono molto brutte. Voi bambini giustamente vedete la vita tutta bella, sistemata, però non è così. Però non è che fa paura, dai. Dormi stanotte? Mah meno male! Forse la scena col mantello ti ha fatto paura. Quello mio nipote dice che è un pipistrello.

Luciano: nel tuo adattamento e riduzione quale filo logico, nonché drammaturgico, hai dato per dare un senso alla storia?

Enzo: Come vi ho spiegato prima è un romanzo un po’ ingarbugliato, sono cose messe lì, senza quasi un filo logico. Io l’ho letto ben 13 volte e il libro parte che non sono in carcere, mentre io ho invertito i ruoli. Io l’ho lasciato in carcere o sono partito dal carcere, perché lui va a fare una denuncia ai carabinieri, per quello che gli è successo, perché l’amico Bernardo viene ucciso. Ecco che si parte dal carcere, spiega tutto ciò che era il suo paese e poi ritorna al carcere a fare la sua denuncia e si vedono le camicie nere, che lo maltrattano e lo uccidono a sua volta. Detto in sintesi, questo è il percorso drammaturgico. Io inizialmente volevo anche accantonare il progetto, perché non riuscivo a trovare un filo. Nel libro c’è anche la storia delle signore che vanno dal potestà, che stanno senz’acqua, ci sono 10, 15 pagine che spiegano tutto: queste signore vanno dal potestà a dire “noi vogliamo l’acqua, noi non ce la facciamo” e spiega l’arsura e i giorni che sono stati senz’acqua ed è una cosa drammaticissima. Parecchie cose le ho dovute mettere da parte,ahimè, perché teatralmente parlando come facevi a metterle in scena? O comunque dovevi trovare altri personaggi, tutto qua. Per le camicie: mi servivano quattro persone che entravano e mi picchiavano, però non possono stare 4 attori ad aspettare un’ora per entrare, e fa ché? Allora ho trovato questo escamotage di queste camicie che si calano dall’alto e…

Luciano: bella la soluzione scenica, bella!

Enzo: è dura portare questo spettacolo in scena, specie in questi anni, è dura, è dura, è dura! Per le tematiche, perché lo definiscono un teatro politico, quando di politico… (tutto è politico se andiamo a vedere), di politico c’è ben poco. Qui c’è il cattivo uso della parola, un fatto storico che viene messo in scena. Possono stare a parlare quanto vogliono loro, la vogliono girare come vogliono loro, non mi interessa, sono cose realmente accadute, non è che dici “mi sono inventato una storia”, no! Io non mi sono inventato niente: ho semplicemente messo in scena.

Annamaria: l’opera è stata ottima, nel senso che ha fatto un’ottima sintesi, perché ha messo in evidenza l’ignoranza di cui purtroppo approfitta il potere. L’unica cosa che è mancata: una parte del libro mette in evidenza la lotta fra poveri, perché per un pezzettino di terra c’è una lotta continua fra i cafoni. E’ una cosa che oggi è attuale, perché noi vediamo che ormai c’è una lotta fra poveri. Dunque, io mi sono meravigliata che non ha messo in evidenza anche questa parte.

Enzo: diciamo che ho voluto mettere in evidenza di più il potere, il potere delle persone più che la guerra tra poveri. Diciamo che la tocco pure un po’, però la sorvolo. Sì, forse sarebbe opportuno approfondire anche questo discorso, però inizialmente il mio pensiero era mettere in scena il potere, il cattivo uso della parola, per abbindolare il popolo.

Annamaria: attualmente lo fanno.

Enzo: attualmente lo fanno e siamo tutti laureati! Però oggi ci facciamo abbindolare per convenienza, non perché non sappiamo. Oggi ci vendiamo perché non “c’abbiamo voglia di lavora’”, quindi voto quel politico che mi mette a posto il lavoro. Mi piace questa sua osservazione.

Alessandro: lo spettacolo che hai messo in scena, dico banalmente: mi è piaciuto molto. Innanzi tutto è di grande interesse, perché c’è la voce di un intellettuale come Ignazio Silone. Tu dici non lo leggeva nessuno all’epoca  non lo legge nessuno, secondo me, neanche adesso. È poco conosciuto. Io stesso non l’ho letto.

Enzo: posso fare un’osservazione? La Lega ce l’ha tolto dai libri scolastici. Ignazio Silone e altri due intellettuali del sud. La Lega durante il governo Berlusconi gli ha tolti dai libri scolastici dei licei.

Alessandro: ah, le buone notizie non mancano mai! Hai fatto una precisazione giusta. E quindi sentire la voce di un intellettuale, una voce forte di un intellettuale che non tanto si conosce, è bello, importante, utile, soprattutto in questo tempo; c’è bisogno di pensare in un certo modo. La messa in scena, penso che non sia tanto interessante dal punto di vista stilistico perché mi sembra che tutte le scelte che hai fatto sono sufficienti, necessarie a dire qualcosa; essenziali, spartane perché c’era qualcosa da dire di molto forte e che è venuto. Vedendo lo spettacolo mi sono rapportato io, la mia storia e ho pensato, soprattutto all’inizio quando si parla di miseria e dell’eredità della miseria: ecco lo spettacolo è molto attuale per le problematiche che ci sono, però nell’attualità manca in questo, cioè che la nostra storia, almeno della mia generazione (20-30 anni) è diversa da quella di quei cafoni, io non posso definirmi mai e poi mai un cafone nonostante possa avere tutti i problemi di oggi. La mia storia ha dietro di me dei padri benestanti, venendo da una ricchezza, da un benessere diffusissimi e quindi la mia generazione si trova alle soglie di una nuova povertà.

Enzo: sono due situazioni un po’ diverse…

Alessandro: sì sono diverse. La differenza tra i miseri del fascismo che secondo me erano molto di più, e quelli di oggi che sono diversi, hanno radici molto diverse, affondano invece in un grande benessere e quindi anche la povertà di adesso è diversa da quella di allora.

Enzo: sicuramente, hai pienamente ragione, però è una questione morale pure. Ho fatto prima l’ esempio tristissimo di Nassiriya. Io trovo triste questo: chi oggi mette la firma per andare a fare il militare. Diciamo “quello è un lavoro”: no, quello non è un lavoro, per niente proprio, non esiste! È triste, la questione è morale, i veri cafoni sono questi, evidentemente. Ignazio Silone parla di gente che sta alla disperazione e non arriva manco al giorno dopo. Quindi siamo cafoni moralmente. Anche per convenienza, la questione è morale oggi.

Alessandro: vuoi dire che la miseria di quei cafoni era una misera materiale e quindi erano persone difendibili di tutto cuore, mentre i cafoni di oggi sono cafoni moralmente.

Enzo: sì. Nel referendum che è stato fatto che io indico, comunque loro hanno avuto la forza di lamentarsi, noi ci siamo lamentati? No, boh. Niente. In Russia si sono lamentati che facevano la fila per il pane gratis, giusto? Oggi fanno la fila per il McDonald’s e pagano e nessuno si lamenta. La stessa cosa per le bollette che ci arrivano:  nessuno dice niente. Poi paghiamo il parcheggio: se non troviamo le strisce blu ci meravigliamo, oggi ho parcheggiato la macchina senza strisce blu, to’! Che bello . Capito? È una questione di cafoni, morale. Eppure forse è una cosa che ci sta bene, eh! Perché parecchi ragazzi della nostra età gli sta pure bene sottostare a determinati potenti. Il ragionamento è quello? La scuola è servita solo per divulgare un pensiero politico che tutti quanti sappiamo fare il bello e cattivo tempo e non un pensiero critico. Oggi siamo tutti politici di noi stessi, ragioniamo tutti come i politici che escono in televisione, che negano e affermano quello che dicono un minuto prima. E’ quello che succede quando parli con un amico, uno dice una cosa, uno dice un’altra cosa, poi nega no? È una questione politica, nel momento in cui tutti quanti impariamo a fare i politici è la fine e non abbiamo più un pensiero critico.

Alessandro: però a parte i cafoni morali, penso ci siano anche oggi cafoni nel senso di povertà, che sono gli extra comunitari.

Enzo: chi l’ha detto che sono extracomunitari, chi gli ha dettati questi confini? Dove stanno? ciò che produciamo possiamo liberalizzarlo gli esseri umani no, gli dobbiamo classificare, perché? E’ assurdo che loro oggi arrivano qua, in quelle condizioni e li meniamo pure. A Lampedusa abbiamo detto no, non li vogliamo perché se no si rovina il turismo. Stiamo fuori con la “ciocca” proprio. Assurdo! Perché farli venire in quelle condizioni? Però l’immondizia ce la portiamo là. Perché checché se ne dica la nostra immondizia viene portata lì. Tutti gli albanesi che sono venuti in Italia negli anni ’90 dovevano venire per forza. Guardiamoci in faccia: il governo italiano ci ha mangiato con Berisha, si sono spartiti i soldi a tavolino, è normale che poi gli albanesi dovevano venire qua.

Alessandro: come interpreti oggi la Chiesa (ho visto che nel tuo spettacolo che la Chiesa è stata molto colpita come istituzione). Vorrei sapere cosa ne pensi?

Enzo: mentre Dio pensava pure ai poveri, il papa diceva “no ma lascia perdere, il principe è un buon cristiano, che vuoi fa’ mo’, vuoi dare la terra ai cafoni? Poi il governo si offende”. Dio che era al di sopra delle parti, cercava di dare buoni consigli al papa e il papa non li prendeva proprio in considerazione. La Chiesa, cosa dire della Chiesa? La Chiesa ha creato anche i cafoni. Come Chiesa intendo l’essere umano. Poi chi crede in Dio, crede in Dio. Ritornando al discorso di prima del potere: cosa fa il potere? ti crea Mussolini, ti crea Berlusconi, ti crea la Chiesa, e altre persone.

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Ci dedichiamo al confronto V

resistenze012 CONFRONTO POST-SPETTACOLO 

con Francesco Martinelli
su “L’imbecille-La patente” due atti unici di Luigi Pirandello
presentato da “Teatro delle Molliche” di Corato
diretto da Francesco Martinelli

Roberto: voglio capire come si inquadrava il primo atto, in quale contesto.

Francesco: cioè “L’imbecille”. In un cotesto di fermento elettorale. Con precisione il contesto è questo: un deputato, Guido Mazzarini, vince all’interno di un collegio elettorale e dopo otto mesi i rivali non si rassegnano e continuano la loro battaglia politica contro questo personaggio, il quale per vendicarsi manda un regio commissario, come se fosse un commissario straordinario, a governare il paese di Costanova. Paroni, che è il proprietario di un giornale, sicuramente politicizzato, che faceva parte dello schieramento opposto, è in fervore tale che in qualche modo prega la morte di questo deputato e manifesta tutto il suo odio. Costanova, non si rassegna e continua a manifestare, a mettere in piazza la propria violenza, oltre che opposizione politica. Non ho voluto mettere dei riferimenti storici: è un contesto che può essere valido anche adesso, tra un po’ soprattutto! Speriamo che nella nostra campagna elettorale non ci sia qualche “imbecille” e, se c’è, speriamo che sia messa in evidenza la propria buffoneria. Pirandello dice che questo può essere fatto da un antieroe, che è Luca Fazio, che è prossimo a morire. Questa possibilità viene attribuita ad un personaggio come Luca Fazio, che sta per morire, e quindi non sappiamo alla fine se questo suo coraggio sia autentico oppure è il coraggio di chi ormai è prossimo a morire e non ha nulla da perdere.

Tristano: c’è molta fantasia o sono cose che accadono?

Francesco: tu che dici? C’è molta fantasia o sono cose che accadono?

Tristano: sono cose che accadono.

Francesco: ah, allora non mi fare la domanda a trabocchetto: sono cose che accadono. Bravo.

Paolo: hai presentato queste due storie come fossero un rebus? Una rappresentava i giochi malsani della politica, l’altra la stupidità, la superstizione di un popolo. Stupidità di un popolo nello specchio della politica. Era questo? Perché l’ho trovato un binomio interessante, ma spaventoso, veramente spaventoso.

Francesco: ci sono molte cose che nei due atti unici si possono mettere in relazione, confrontare, deducendone comunque una stessa poetica, uno stesso pensiero, che è quello di Pirandello. Forse quello che li accomuna è il fondale che abbiamo scelto: questa schiera di uomini disumani, dove non c’è più umanità. Questi eroi: Luca Fazio e Rosario Chiarchiaro, sono degli antieroi, sono delle persone perdenti, delle persone emarginate, non sono gli eroi che vengono glorificati. Vogliono punire non il singolo, ma l’intera società: Luca Fazio tramite la lettera, dove l’imbecille si dichiara imbecille; invece il Chiarchiaro vuole vincere la società, da una parte con rassegnazione, ma dall’altra con un po’ di furbizia, perché lui approfitta del male della società per sopravvivere. Non c’è proprio pietà, non c’è alcuna pietà. Luca Fazio è l’unico che in questi due atti dice “ho pietà della tua buffoneria”. Ha pietà? Questa parola in Pirandello io non la trovo genuina, la trovo sempre vendicativa, piena di astio, sempre detta fra i denti. Ci sono tanti parallelli tra i due atti unici.

Paolo: io mi chiedevo perché quei due. Però è proprio lampante. Luca Fazio si serve in qualche modo, tu hai detto della cattiveria, (hai distinto un po’ cattiveria e stupidità; in realtà per me cattiveria è stupidità e ce n’è molta in quei giochi politici che vediamo ne “L’imbecille”); si serve per dire: io sono morto, ma non ero un imbecille; o meglio: non ero io l’imbecille.

Francesco: se devo giudicare Luca Fazio e Paroni, dal mio punto di vista è più cattivo Luca Fazio, perché Paroni è uno dei tanti. Può essere stupido, ingenuo, irresponsabile, istintivo, può essere tante cose, però questa voglia di Luca Fazio di vendicare qualcuno la leggo come una cattiveria; forse era meglio parlarne oppure andarsene e lasciare gli imbecilli con gli imbecilli, piuttosto che lasciare un segno di vendetta. Ha fatto come ultimo atto, un atto brutto, perché è un atto di vendetta.

Paolo: sì, questo è vero, infatti non ci sono buoni e cattivi alla fine, soprattutto ne “L’imbecille”, ci sono solo imbecilli…

Francesco: e cattivi.

Paolo: ma non imbecilli…

Francesco: be’ uno che si suicida, uno che si vuole vendicare, dal mio punto di vista non è che sia buono. Sono due cose orrende: togliersi la vita e la vendetta, sono due cose orrende. Anche se è lì, che è malato, però lui si vuole proprio suicidare, cioè si vuole sparare.

Paolo: hai detto bene: non è buono. Ma secondo me la distinzione forte fra i due si sente ed è interessante, soprattutto poi vista nella prospettiva di una..

Francesco: ma tu come l’hai visto Luca Fazio? è buono?

Paolo: no, io l’ho visto…mi faceva paura, ho provato dell’inquietudine nel vedere il modo in cui si è comportato, ma buono no. Ma infatti secondo me è un quadro tutto molto negativo, anche nei personaggi del commesso e della redattrice, molto negativo: questo che è arrivista, questa che è “oohh il cadavere, che schifo!” (imitando parodicamente la voce), però è tutta eccitata; molto negativo anche nel personaggio di Luca Fazio.

Angela: nessuno esce vincente in queste storie. Alla fine l’essere umano dimostra di essere quello che è, cioè con le sue debolezze. Sia da una parte che dall’altra non esce un’immagine bella e pura dell’essere umano.

Francesco: vincenti ne usciamo noi, qualora diciamo di non voler essere così.  Io penso che c’è un modo per dialogare con la bruttura della società, io penso che ci sia un modo: che non è quello però della vendetta, quello del rancore, addirittura pregare la morte di qualcuno, o chiamare jettatore qualcuno, o fare della jettatura un mestiere. Penso che ci sia un altro modo di dialogare e Pirandello non l’ha messo in scena. Pirandello, alla fine della sua vita, dà una soluzione al dialogo con questa società, molto estrema: che è quella di andare su una montagna e staccarsi da tutti e vivere in  una forma di ascetismo onirico e rimanere lì, come “I giganti della montagna”, stare lì sulla montagna e vivere di sogni. Lui arriva a questa conclusione; io personalmente non la condivido.

Silvio: io vorrei soffermarmi sull’aspetto che riguarda l’interpretazione degli attori e non guardare l’autore, i testi. Vorrei capire dal punto di vista umano, dal punto di vista della forza che muove l’attore nell’entrare nel personaggio e in qualche modo cercare un incontro con questi personaggi. Come hai vissuto tu, nell’affrontare questi personaggi che hai interpretato, molto bene, nel capire così il pensiero di questi. Come sei entrato, come hai scelto e come hai vissuto l’interpretazione di questi personaggi?

Francesco: grazie per questi complimenti sulla mia recitazione. Bene che li senta anche mia madre, perché dice: figlio mio tu sai fare tutto tranne che recitare. (ironico) Ecco, mamma, senti, che c’è qualcuno che… ed era sveglio, mi guardava, mi sentiva… Passando al personaggio: per quanto mi riguarda io li sfrutto i personaggi, li utilizzo, perché fondamentalmente, e qui forse ha ragione mia madre, non sono un attore: sono un artista. Io ho bisogno di dire qualcosa e sfrutto questi personaggi. Quindi, quando li recito, li recito come se fossi in negativo, come se vedessi una fotografia in negativo: voglio dire una cosa utilizzando il personaggio che non dice quella cosa. Francesco vuole dire una  cosa, come artista, ma utilizza Luca Fazio o Rosario Chiarchiaro in contrapposizione a quello che voglio dire io. E’ come se volessi personalmente creare una catarsi di una cosa brutta, che io vedo, su di me, mettendomi questo personaggio e cercando di dire altro. È strano, io non faccio il personaggio, faccio me stesso, però utilizzando il personaggio, per dire delle cose: per dire nel caso di Luca Fazio “state attenti, che la vita è molto importante, state attenti, che la vendetta non è una forma di lotta contro le malefatte della società”; con Chiarchiaro “ state attenti, che qualcuno utilizza certe debolezze, certi vizi della società per farne un mestiere, però alla fine ne soffre tantissimo”(Ci sono un sacco di falsi invalidi che io sono sicuro che ne soffrono tantissimo, proprio perché non essendo invalidi, sì è vero che prendono gli stipendi, però ne soffrono, perché poi la società come invalido ti considera. Quindi già stai mentendo, menti a te stesso, utilizzi un sistema e rimani male). Bisogna stare attenti: Chiarchiaro non è uno jettatore: perché si vuole mettere a fare lo jettatore? Lui dice perché non ha altra via d’uscita. Però la via d’uscita non può essere questa cosa così negativa. Lo dico io che faccio l’artista, a Corato, senza posto fisso, senza teatro, senza niente. Lo dico io, lo posso gridare io, che ci sono altri modi, strumenti per poter affermarsi anche lì dove la società ti va contro, non accetta il tuo mestiere, non accetta la tua diversità, non accetta le tue idee: ti costruisci i tuoi spazi lavorando e vai avanti.

Silvio: attraverso quello che hai detto in effetti viene fuori il tuo pensiero, perché di solito è l’attore che viene utilizzato, invece viene fuori da quello che hai detto…

Francesco: il contrario…

Silvio: il fatto che ti identifichi più come un artista, che come un attore. Complimenti.

Francesco: grazie. Qualsiasi cosa faccio sembra che sono io. Questo sta nel fatto che ho l’esigenza di comunicare. Tanti colleghi sento che dicono “ mah nel teatro non c’è nulla da dire, noi non vogliamo dire nulla”; al contrario: io voglio dire tutto! “devi pensare quello che dico io”: proprio l’opposto dei miei colleghi. Chissà che fine farò!

 Marilena: io sono davvero contenta del fatto che per la prima volta in questa rassegna di Resistenze, c’è qualcuno che dice la sua verità, perché spesso con altri artisti, anzi attori o registi, nel momento in cui gli abbiamo sottoposti a delle domande, cioé gli abbiamo chiesto perché hanno fatto questa cosa, cosa gli ha spinti, qual è la loro posizione; o si sono astenuti oppure addirittura hanno chiesto a noi. Il punto è vedere l’ottimismo dove in realtà c’è il buio, più buio c’è più luce ci deve essere… alla fine la luce prevale sul buio. Questa penso che sia la tua poetica. E poi un’ultima cosa, riguardo il fondale. A me piace tantissimo, sono rimasta affascinata, passerei anche ore a guardarlo: questi volti senza capelli, sembrano delle anime in pena.

Francesco:  Chiarchiaro dice “ ho accumulato tanta bile, tanto odio per questa schifosa umanità”; Luca dà dello schifoso, del buffone, del pagliaccio a Paroni, quindi in qualche modo questi “E.T.” sul fondale sono la sintesi di una bruttura, che è quella, per Pirandello, della società.

 Marilena: sembrano disperati, senza ragione, non so, sembrano persi…

 Francesco: disperati non tanto, perché essendo tutti uguali, si dimenticano di essere così. Disperati siamo noi li guardiamo. ( ride) Disperato è uno che ha i capelli, va là dentro e chissà che cosa ti fanno! Allora subito ti rasi, così sei uguale all’altro e non ti fanno niente.

Marilena: sembrano dei manichini, dei prototipi, una specie di uomini, una specie.

Fancesco: sì. Poi tu hai detto “la tua poetica”. Non è la mia poetica, perché ci sono questi mostri, ci sono queste forme di bruttura, non è la mia poetica.

Marilena: no, io ho detto che comunque alla fine il tuo scopo è andare oltre quello e dimostrare che comunque c’è la luce.

Francesco: sì, però in Pirandello non c’è. La luce è proprio zero. Per Piradnello ci sono fuochi fatui, non ci sono luci.

 

Ci dedichiamo al confronto IV

resistenze0124° CONFRONTO POST-SPETTACOLO 

con Laura Graziosi 
su “Italia Belpaese” di Laura Graziosi
presentato da “Offrome” di Roma
interpretato e diretto da Laura Graziosi

“Italia Belpaese è una maschera, a tratti mostruosa, che riporta in chiave surreale i discorsi delle persone comuni, un pensiero generalizzato sulla realtà odierna che però può nascondere inaspettate conseguenze, soprattutto se ad ascoltarla vi è una mente ingenua perché non ancora allenata con una propria capacità critica; sia perché essa risulta anagraficamente giovane, sia perché è forse sofferente per la mancanza di una guida da parte degli adulti, gli stessi che si occupano invece di riempire la casa, i marciapiedi, i mezzi di comunicazione, i bar, i negozi di tante parole apparentemente innocue.” (Dalla presentazione dell’autore)

Annamaria: Devo fare i miei complimenti, perché è stata un’opera briosa, spiritosa, ma nello stesso tempo ha preso tutti gli argomenti molto molto pesanti che in questo momento ci invadono. L’idea, le è venuta in che maniera?

Laura:  Questo spettacolo ha debuttato nel 2011, quindi proprio in occasione dei 150 anni dell’Unità di Italia. E quindi ovviamente quello è stato l’input iniziale: volere raccontare in qualche modo questo anniversario, però cercando di coglierne anche quelli che sono i punti di domanda rispetto a quello che vuol dire l’Italia unita, diciamo così, in tutta, però, la sua diversità; volendola raccontare però da un punto di vista piuttosto grottesco. Diciamo che l’escamotage del personaggio, come se fosse una bambina, vuole essere un modo per raccontare dei temi magari più reali e, comunque, drammatici in maniera quasi surreale alleggerendo la cosa, però riuscendo lo stesso a raccontarli.

Annamaria: è riuscita bene, perché con questa attualità è molto molto difficile rendere poi l’opera abbastanza leggera come è stata. Non è uno scherzo.

Laura: volendo mantenere un contenuto, però raccontandolo in maniera tale che potesse essere anche molto fruibile, perché in fin dei conti quel che si racconta è la quotidianità più immediata di tutte, non è che si approfondisce nessun tema in particolare; però proprio per questo magari chiunque, in qualche modo, può sentirsi coinvolto.

Luigi: i complimenti sono scontati, gli applausi sono meritati. Mi interessava cogliere alcuni aspetti specifici del lavoro teatrale: il primo tra tutti, diciamo, è recitare da soli: è sempre complicato, è sempre difficile fare dei monologhi, soprattutto farli di una certa durata. Mi è piaciuto molto il taglio e soprattutto il ritmo molto stringato. Perché non pensare di fare, invece, con più attori un lavori del genere?

Laura: questo spettacolo è nato con l’idea di un monologo, anche per voler assommare per immagini l’Italia; quindi ho un solo elemento che dice: io solo l’Italia; però dice anche: io sono questo, questo, questo, tanti pezzi di me fanno un solo corpo; quindi proprio guardando un po’ la cartina, sì, lo stivale, ma anche una persona sdraiata, poi ognuno ha un proprio immaginario, si crea una visione. Poi comunque c’è da dire che sono tre anni che ho iniziato un percorso proprio di scrittura di monologhi, che poi metto in scena. Quindi, se vogliamo, questo è stato il mio secondo monologo. Il primo era molto più visionario, questo continua su, comunque, un grottesco, un elemento surreale, però ho voluto un po’ più radicarlo con dei contenuti un po’ più reali, più quotidiani. È stata proprio una scelta mia di percorso professionale, un po’ proprio come idea in sé dello spettacolo, diciamo così.

Luigi:ioaggiungerei ancora un’altra cosa. Siccome talvolta si dice che la realtà supera l’immaginazione, la fantasia, quindi anche il grottesco. Lo spettacolo che abbiamo sotto gli occhi del nostro paese purtroppo è abbastanza doloroso per tanti versi. Oltre il grottesco c’è dell’altro?

Laura: nel momento in cui mi è venuta l’idea dello spettacolo, era l’anno scorso, quindi si sentiva tanto parlare su alcuni canali dell’anniversario dell’unità di Italia: tante commemorazioni, tante feste. Poi io sto a Roma, mi ero appena trasferita, quindi, come dire, lo senti anche di più, se vogliamo, perché vedi musei ovunque che vanno continuamente a rinnovare questa ricorrenza…Però nello stesso tempo parlando con delle persone comuni, mi rendevo anche conto che era tanta manifestazione, ma poi nel quotidiano, molte persone questo senso di unità, questo avvenimento un po’ se lo perdevano, o comunque non riuscivano a dare un significato perché erano sopraffatti dai problemi del quotidiano di questa Italia. E quindi mi sono proprio posta la domanda: come fare a mettere insieme queste due cose? Appunto quello che vuole essere l’avvenimento storico e la celebrazione, sia però la realtà dei fatti che viviamo oggi? Che cosa prendo tra un qualcosa che possa stare a metà tra il reale e il quasi non? Un modo è il grottesco, che mi aiuta in questa direzione, quindi poter anche esagerare dei toni per andare a calibrare, a bilanciare quello che poi vado a raccontare. Poi personalmente vengo da un percorso di Commedia dell’Arte abbastanza lungo, quindi una cosa che mi appartiene molto è la caratterizzazione anche marcata degli umori, dei caratteri e quindi mi sembrava lo strumento migliore in questo caso.

Alessandro: penso che lo spettacolo sia certamente piacevole, nel senso che a fine spettacolo si è sereni, si è contenti di averlo visto, è passata una piacevole ora. Questo sicuramente grazie all’abilità sua di aver saputo mettere in scena un monologo e averlo scritto in questa maniera. Però voglio dire comunque che come operazione rimane epidermica, perché certamente penso che parlare dei temi in quel modo sia abbastanza semplice, facile, non sia difficile: basta guardare il telegiornale e si viene a conoscenza di queste tematiche. E quindi penso che una buona parte dello spettacolo sia stata molto didattica, quasi eccessivamente didattica, specialmente per questo tipo di pubblico di questa sera. E a volte questa tipologia di didattica è però un po’ pesante.

Laura: è leggera o è pesante?

Alessandro: pesante. Paradossalmente, alla leggerezza dello spettacolo è pesante invece la tipologia didattica, perché il tema non viene come lei ha detto approfondito, ma viene detto. E tra l’altro in un periodo storico come questo, parlare di questi temi in questo modo è abbastanza facile, perché se ne parla ogni giorno. Io di questo spettacolo quindi salverei: la piacevolezza, perché comunque è piacevole, non lo metto in dubbio, alcuni passaggi interessanti, battute e il finale, quello in cui dice “stiamo tutti uniti e verrà presto il lieto fine”. Ecco questo finale tutto sommato penso sia interessante, penso che aver creato un’atmosfera gioiosa, contenta nel pubblico e quindi introdurre questo messaggio predisponendo il pubblico in quel modo, beh penso sia utile questo invito a stare uniti in questo modo. Anche se mi viene pure il dubbio che essendo stato scritto nel 2011 questo riferimento allo stare uniti sia un riferimento all’unità d’Italia e quindi anche questo facile.

Laura: va bene, ci sta, anche questa tua osservazione nel definirlo facile, rispetto magari a quelle che possono essere le tue conoscenze. Mi dici: di fronte a questo pubblico: io non lo conosco. Nel senso, questo è il mio spettacolo, poi se di fronte ho scienziati, storici sono felice, però per me possono essere anche persone di qualsiasi altro tipo di preparazione, quindi è proprio una scelta, quella di raccontare tramite la figura di una bambina, proprio per questo: per andare molto diretta e semplice, giustamente come dici, a sfogliare l’album di quello che quotidianamente potrebbe disgraziatamente non andare. E quindi è uno sfogliare un album delle figurine e non a caso appunto ho scelto il personaggio della bambina. Altrimenti si poteva fare teatro civile, no?, quindi andare veramente ad approfondire dei temi e ci sono degli spettacoli e autori che seguono questa linea. Non è la mia, né in questo caso specifico ho voluto fare questo semplicemente. Anzi proprio l’atmosfera del grottesco vuole proprio giocarmi contro in questo senso, rispetto a quello che tu magari ti saresti aspettato, perché appunto il grottesco serve a raccontare in maniera non drammatica qualcosa che invece potrebbe esserlo, rappresentare la realtà in maniera caricaturale. Nel momento in cui fai una caricatura ovviamente vai ad approfondire una cosa, dei caratteri, dei toni, non vai ad approfondire il contenuto nel suo insieme, perché sarebbe un’epopea poi in questo caso, quindi è stata una mia scelta, voluta.

Alessandro: comunque rispetto al pubblico non parlavo di un pubblico rispetto alla preparazione, ma semplicemente a un pubblico adulto, medio borghese.

Laura: sai poi ognuno…non so come dire questo tipo di spettacolo penso che sia…non mi vorrei ripetere…il contenuto ti arriva con una visione generale, poi ognuno se rimane colpito da qualcosa io sono contenta così e si porta a casa le proprie riflessioni.

Annamaria: è invece molto più facile metterlo sul drammatico. Per me è molto più difficile farlo in quella maniera, perché sono tematiche così serie, che ormai anche in televisione, sui giornali…mentre farlo in quella maniera grottesca, ironica e briosa non è facile.

Laura: io ovviamente con questo spettacolo non voglio spiegare niente, andare veramente a denunciare niente. Ripeto, è una linea, poi ci sono altri tipi di messa in scena che invece decidono di andare proprio ad esplorare quel senso lì del lavoro. Sono scelte.

Alessandro: Penso di essere stato sicuramente frainteso, perché io non mi riferivo a questo. È chiaro che è difficile, infatti pochi ci riescono: Benigni, e qualche altro. Anzi è bello riuscirci. Ma non mi riferivo a questo, cioè non mi riferivo alla capacità e all’abilità di raccontare in modo grottesco in modo comico situazioni drammatiche. Mi riferivo invece, alla scelta, all’illustrazione, al modo, ma non al modo nel senso l’abilità dell’artista, dell’attore di utilizzare un registro che si contrappone al contenuto, ma al contenuto stesso.

Laura: probabilmente quando si viene a teatro non bisogna mai avere delle aspettative: forse inconsciamente tu le avevi, come è giusto che sia. “Italia Belpaese” avevi letto, non lo so, la presentazione, ti eri creato un’aspettativa, che andasse a soddisfare alcune tue esigenze. Magari volevi vedere in maniera più approfondita determinate tematiche piuttosto che altre, magari che ti toccano di più, e così non è stato. Mi dispiace. Però, forse, il mio modo di creare spettacoli si aspetta, dal mio punto di vista, che il pubblico sia qua in maniera totalmente aperta. Poi se comunque lo spettacolo arriva, al di là delle tue aspettative in maniera inaspettata, secondo me ho ottenuto il mio risultato. Confidando in qualche modo che anche il pubblico lo sia, per questa piccola cosa che ho potuto lasciare rispetto a questa cosa che ha visto, che sia solo un’immagine, però comunque qualcosa c’è stato e per me va bene così, perché appunto non avevo intenzione di andare oltre quello che poi ognuno di sé deve fare. Io ti do questa fotografia, tu vai a casa e, se in qualche modo ti viene in mente qualcosa che ho detto o che ho fatto, ti sei portato a casa per me il mio spettacolo e sono contenta così.

Alessandro: io voglio aspettarmi qualcosa dal teatro e penso che qualsiasi pubblico …

Laura: no parlavo di aspettativa di contenuto non di…cioè uno arriva e dice “sicuramente mi parlerà di” cioè non si sa, arrivare carta bianca e lasciarsi colpire da qualcosa. Se in qualche modo ti può aver suscitato delle riflessioni per me è già(ride): grazie! Significa che sei stato attento. (leggeri applausi).

Alessandro: Questo vuol dire che la situazione non è proprio buona. Cioè se l’obbiettivo è che il pubblico sta attento, vuol dire stiamo (eloquente)…

Laura: ma non è solo quello!…è ironia, su dai. Un po’ di ironia! Su, dai!

Alessandro: ma infatti ero ironico…

Enrico: Vado con una domanda veramente tranquilla. Si parlava di fuga di cervelli e siamo aggiornati su questo. Prevede anche fuga di attori, operatori di teatro in futuro?

Laura: è una domanda che ci poniamo ogni girono, tutte le ore, purtroppo. Dico purtroppo perché comunque la situazione la conosciamo, è difficile, è difficile in tutti i campi, a maggior ragione il campo come quello della cultura che, senza finanziamenti pubblici, purtroppo non può reggersi, per questioni, insomma, burocratiche e anche secolari ed economiche in sé. Per cui purtroppo, insomma, è una cosa che viene presa molto in considerazione, molti miei colleghi si sono trasferiti all’estero, sì, perché in Italia è difficile girare con il proprio spettacolo, perché le stagioni tendono ad acquistare spettacoli di persone note, quindi rimaniamo eternamente gli emergenti quando magari oramai abbiamo 10 anni alle spalle e insomma vorremmo anche essere, come tutti nel mondo del lavoro, inseriti. Invece rimane ancora una cosa sempre estremamente traballante.

Enrico: E signora Laura, mi sono rivolto a lei perché lei rappresenta la giovane schiera degli attori. Immagino già quanti sacrifici affrontate e quindi: vogliamo volgere tutti insieme un augurio per il futuro a voi giovani? Vogliamo essere un pochino ottimisti in questo pessimismo generale?

Laura: ma si, ci proviamo e anzi il pubblico in questo è fondamentale, fondamentale perché da sostegno sia morale…veramente anche questo scambio, quindi significa che ci sono persone che vengono e hanno interesse anche a conoscere e a riconoscere che hanno visto un lavoro, che poi sia piaciuto, non piaciuto in un modo o nell’altro, però almeno è un lavoro che ha necessità di continuo scambio di continua linfa e quindi il pubblico è la controparte che sorregge veramente tantissimo. È fondamentale, è il motore che porta poi avanti il lavoro dell’artista.

Luigi: l’ha portato anche nelle scuole questo lavoro? Perché molti dei materiali (magari c’è chi si informa, chi legge per fortuna ogni giorno con un po’ di sacrificio) non arrivano a un pubblico più ampio, anzi ai pubblici che meno sono a contatto con questa forma di spettacolo, che è il teatro. Le chiedevo: l’ha portato anche per le scuole?

Laura: no, purtroppo ancora non l’ho fatto, era mia intenzione. Mi devo organizzare in tal senso.

Luigi: è un taglio di pubblico molto ricettivo da questo punto di vista, secondo me. Ma anche dalle scuola più piccole, anche dai bambini più giovani ecco.

Laura: sì, ho già avuto altre esperienze con le scuole, ma con altri spettacoli . Questo non l’ho mai proposto, però è una cosa che vorrei fare. Almeno verificare.

Luigi: saranno sicuramente interessati, perché diamo per scontato che si conoscono dai libri queste cose ma ormai il libro è diventato materiale raro e gli insegnanti fanno grandi sforzi per farlo arrivare, ma non arriva. Con una forma di spettacolo forse arriverebbe meglio.

Emilio: io ho apprezzato lo spettacolo, l’ho trovato molto leggero, l’ho trovato divertente, brioso, come ha detto la signora giustamente prima. Però non nascondo che anche io avrei preferito un taglio più ironico che comico, diciamo. Come ha detto giustamente il signore poco fa è un spettacolo che ha comunque un buon livello di comunicazione primaria, diciamo di primo grado, possiamo dire. Quindi si presterebbe bene  alla comunicazione nei confronti di ragazzi. Però, in effetti, anch’io oggi mi aspettavo comunque un taglio più ironico, anche magari freddura al livello di battuta, che comunque faccia riflettere.

Laura: la mia è una scelta in questo senso, cioè andare a colpire veramente la parte più ingenua, diretta e limpida di una persona senza necessariamente anche volerle far del male, perché spesso il pubblico ha necessità invece di quello. Tu adesso [mi fai] del male in qualche modo, perché è anche così, questa sorta di catarsi si vive vedendola nell’altro e tu torni a casa e sei più… (sospiro eloquente). É una linea, una strada, non mi permetto assolutamente di giudicarla in alcun modo, probabilmente in questo tipo di spettacolo non mi apparteneva, cioè, per me, dire che ad alcuni bambini gli è caduta addosso tutta la città, a me arriva immediatamente un pugno qui, anche mentre lo dico. Poi se qualcuno del pubblico ha una ricezione di queste cose più distaccata e voleva ancora dell’altro per farsi male quello poi dipende, sai, sono le reazioni del singolo. Però io mi sono fermata a quel livello lì per andare ad imprimere, appunto, un soffio.

Ci dedichiamo al confronto III


resistenze0123° CONFRONTO POST-SPETTACOLO 

con Antonio Damasco e Valentina Padovan
su “Comizi d’Amore” di Antonio Damasco
presentato da “Teatro delle Forme” di Torino
interpretato da Antonio Damasco e Valentina Padovan
                                    e diretto da Antonio Damasco                                                                 

“Il soggetto è ispirato al film documentario di Pier Paolo Pasolini del 1965. Pasolini volle parlare di “prima volta”, di “prostitute” e di “divorzio”. Oggi, quasi cinquant’anni dopo, come sono cambiate le opinioni in merito? Ci interessa capire, osservare, raccogliere e narrare come questo avvenga nell’era globalizzata di internet, dei social-network, le nuove piazze virtuali, dei blog. Siti web, annunci, diari virtuali raccontano una necessità d’Amore travolgente, la stessa che già, qualche tempo prima, travolgeva padri, madri, nonni e parenti tutti anche se, forse, in maniera differente.”                                                                                                       (Dalla presentazione dell’autore)

Sara: dal momento che le avete poste a noi, durante lo spettacolo, io vorrei sapere qual è la vostra posizione nei riguardi delle domande che avete fatto, rispetto a quello che ci avete chiesto.

Antonio: rispetto a quali domande?

Sara: condividete quello che abbiamo detto noi?

Antonio: io ho due bimbe, piccole, e la prima volta che mi sono posto la domanda, per esempio, su un eventuale suo fidanzato o marito di religione islamica, io ho delle perplessità, ho dei pregiudizi. Riconosco di avere dei pregiudizi. Quindi ho delle problematiche sicuramente. Noi ci dobbiamo porre, per quello che è il nostro obiettivo, come persone che non giudicano. Siamo due persone normalissime, con la loro vita e quindi abbiamo i nostri dubbi, le nostre perplessità. Anche questo credo che cambi molto: la conoscenza. Se hai nella tua comunità persone omosessuali, che hanno bambini, per esempio, noi abbiamo conosciuto, grazie a questo lavoro, delle ragazze che vivono insieme, hanno una bambina molto bella, e, per esempio, la conoscenza elimina il pregiudizio. Probabilmente se dovessi conoscere una coppia dove lui è musulmano e lei è cattolica, romperei anche quella barriera lì.

Sara: Sì, potrebbe aiutare a sradicare il pregiudizio… La mia domanda è sorta perché voi avete attinto delle informazioni da noi: cioè conoscete qualcosa in più di noi e però noi non conosciamo qualcosa in più di voi.

Antonio: questo è il nostro vantaggio: permettici (ride).

Sara: Però io sono venuta qui con anche la pretesa di conoscere qualcosa di nuovo, che effettivamente mi è giunta attraverso il confronto col pubblico, ma non con l’attore.

Antonio: Guarda, però, per il nostro concetto di teatro, il teatro risposte non ne dà. Il teatro mette dei dubbi e poi ognuno se li cucina a casa propria. In realtà alcune cose teatrali che abbiamo fatto forse in qualche direzione andavano, quello sul cantastorie nel campo di concentramento, la necessità della cultura o quello dell’omosessualità in  campo di concentramento. Però se le curiosità sono personali, la mia risposta è: ho delle perplessità anche io, credo che le risolverò nel momento in cui incontro quei casi.

Valentina: A me ha colpito molto la risposta di Musatti e di Moravia, quando parlavano appunto del fatto che in qualche modo l’ignoranza, nel senso di ignorare quindi di non conoscenza, sia collegata alla paura, no? Io devo dire che personalmente sono molto più curiosa e colpita da come le persone rispondono alla domande, nel senso: molte domande a me sembrano scontrate, non lo so, anche soffermandomi a sentimento, come chiedo alle volte quando le persone non trovano il coraggio di rispondere perché è questione di coraggio, o non rispondo o rispondo in maniera falsa: bisogna trovare il coraggio di rispondere, di dire effettivamente… come c’è anche un tempo per pensarci, perché a caldo uno risponde, poi metabolizza e riporta magari un altro pensiero, magari più articolato. Questo mi colpisce molto, però, grazie anche alle risposte del pubblico, io ho trovato degli aiuti a quelle che erano le mie risposte di pancia che venivano automaticamente, per esempio, è venuto fuori sulla domanda “sei favorevole o contrario ad una coppia omosessuale che decide di avere figli?”, alcuni mi hanno risposto: “sarei preoccupato per l’ambiente, non per la coppia che accoglie questi figli, ma per la società che accoglie figli di coppia omosessuale”; la domanda sulla prostituzione: “vocazione o costrizione”: abbiamo trovato anche una parte buona di vocazione, per esempio, ad Arezzo. E questo è interessante, appunto, per il lavoro di inchiesta e già Pasolini lo fece, perché si metteva l’accento sulle differenze tra nord e sud, tra i ceti sociali differenti e ne è venuta fuori una cosa diversa da quella che ci si aspettava, un po’ come, un po’ stiamo riscontrando anche 50 anni dopo.

Luca: Il mio problema è questo: se vediamo la situazione delle coppie omosessuali  da un determinato punto di vista, possiamo vedere questa situazione come un cambiamento di una opinione pubblica. Cosa voglio dire? piano piano le persone si stanno abituando o stanno pensando che è qualcosa di possibile, legale, non amorale quella di stare con una persona dello stesso sesso. Quindi c’è questo “shift”, questo cambio di opinione. Quello che io mi chiedo: come c’è stato questo cambio di opinione su questa materia, non ci può essere un cambio di opinione su altre materie, ad esempio, la pedofilia? Cosa voglio dire? Fin dall’antichità ci sono stati casi di pedofilia, come ci sono stati casi di omosessualità; per un certo periodo a causa della cultura cristiana tutti questi casi sono stati taciuti. E quello che mi chiedo: in questo momento noi consideriamo, per esempio, la pedofilia qualcosa di estremamente negativo, ma in un prossimo futuro, se l’opinione comune cambiasse, anche questo tema della pedofilia sarebbe accettabile come piano piano noi stiamo accettando il tema dell’omosessualità? Non è una domanda a voi come attori, ma a voi come persone, diciamo, intellettuali…

Valentina: Morale deriva da “mos, moris”, no? Quindi usi e costumi. Gli usi e costumi seguono la condotta umana. Quindi io credo che possa anche avvenire qualcosa del genere. La pedofilia, anche lì, l’etimologia della parola è amore nei confronti dell’infante, quindi è amore, sempre. È un discorso molto articolato che abbiamo affrontato, anche, preparando lo spettacolo, perché effettivamente una ragazza di 11 anni a cui arriva il ciclo è naturalmente propensa a riprodursi, la natura ci sta dicendo che in quel caso potrebbe essere. Però dobbiamo renderci conto che ci sono una serie di sovrastrutture culturali, che in qualche modo abbiamo introiettato. Però come dici tu, se stiamo riuscendo, perché credo che questo sia il tuo sentimento, che nella società stia avvenendo questo passaggio, in qualche modo si arriverà a percepirlo come consuetudine, il fatto che una coppia omosessuale possa stare insieme, possa avere dei diritti come coppia e ad avere dei figli. Probabilmente, io credo che potrebbe anche succedere, non so quando, non so come, però potrebbe…

Antonio: Un anno fa feci le stessi domande che stiamo facendo a voi a Barcellona: c’era un laboratorio teatrale, con dei ragazzi che lavoravano con me per una settimana e lì, visto che 5 anni fa uscì questa legge per la legalizzazione dei matrimoni omosessuali e naturalmente anche dei figli, era un dato di fatto, non c’era dubbio, il 99,9 % accettavano immediatamente. Io non so rispondere alla tua domanda, penso però lo metterei nella casella “colpe dei padri ricadono nei figli”, nel senso: siamo noi a decidere com’è la nostra società, quindi evidentemente c’è da capire cosa succederà. Possono essere molti i cambiamenti di costume. Hai toccato un tasto complesso, difficile. Però un tasto che dovrà in un modo o nell’altro gestito dalla società stessa, cioè quindi da voi che siete un po’ più giovani di me o quelli dopo di voi. È evidente che in assoluto “impossibile” non esiste, attualmente lo vedo abbastanza impraticabile (anche come domanda ci ammazzano!); nell’idea politica di…in un’idea di discussione dialettica che stiamo facendo, non accorperei le due cose: cioè l’omosessualità non c’entra niente con la pedofilia, questo ovviamente penso che siamo tutti abbastanza d’accordo, ma attendere quello che sta capitando e che per esempio la famiglia che noi conosciamo, che noi conoscevamo, non ha più la stessa fisionomia, sta mutando, questo mutamento però mi sembra in parte voluto da noi stessi, insomma, altrimenti non si spiegherebbero la quantità di persone…Non so se avete visto i dati sui divorzi e sui matrimoni, o sulle famiglie allargate, che ormai sono una realtà non dico maggioritaria ma quasi, sta veramente rendendo moltissimo alla nostra società.

Alessandro: Trovo innanzitutto bello, nobile e utile riproporre la voce di un intellettuale, come Pasolini. Mi ha scosso, mi è piaciuto molto…piaciuto, beh, non è proprio la parola corretta. Voi avete preso “Comizi d’amore” di Pasolini e ne avete riproposto diversi stralci, diversi frammenti, però avete dimenticato di riproporre la fine, di farci vedere come finisce il documentario di Pasolini. Perché la stessa vostra proposta non ha una fine. Sarebbe stato, trovo, molto più interessante confrontare la fine del documentario di Pasolini, quindi col suo giudizio riguardo l’Italia della metà degli anni ’60, con un giudizio vostro o comunque di voi che avete condotto l’indagine parallela, riguardo un giudizio dell’Italia del 2012 e farne un confronto, vedere le evoluzione e sovrapporre. Trovo che questo sia mancato. In secondo luogo riguardo invece lo spettacolo in sé, è uno spettacolo che provoca, penso, tante reazioni, già il fatto che si vada nel pubblico direttamente crea necessariamente delle reazioni impreviste. Trovo il contrasto tra le scene di Comizi d’amore e il vostro modo di rappresentare e di teatralizzare; nel senso che Comizi d’amore lo trovo pervaso da una dolcezza, una tranquillità, mitezza che invece sono di contrasto a una specie di inquietudine che voi trasmettete nella vostra rappresentazione e quello che dite e come lo dite. Trovo inoltre che il vostro modo di fare domande al pubblico, non penso sia utile, almeno nel teatro, poi non so, per strada forse sì, ma nel teatro qui dove l’avete fatto voi, non penso sia utile, perché vi ponete in modo teatrale non naturale al pubblico, che è naturale. Cioè voglio dire che nel modo di porre le domande, voi vi teatralizzate, siete teatralizzati e teatralizzate ciò che fate e quindi vi ponete in modo innaturale rispetto a un pubblico che recepisce naturalmente e quindi si sente di conseguenza inibito a rispondere o provocato. Non c’è naturalezza come nel documentario di Pasolini, invece c’è sempre distanza. E questo voglio evidenziare rispetto al documentario di Pasolini, cioè queste differenze forti: nel documentario di Pasolini c’è una grande naturalezza ed è piacevole, mentre qui no, qui c’è tensione proprio per questo contrasto.

Antonio: Non è una domanda, quindi non devo rispondere, no?

Alessandro: La domanda è perché non avete messo la fine del documentario?

Antonio: Lo spettacolo, come dichiarato, è un teatro inchiesta che è partito due settimane fa, terminerà fra un anno. Noi il 3 ritorniamo a Torino, lo rimettiamo in prova, grazie ai risultati e alle risposte che stiamo avendo, abbiamo avuto anche da voi. Quindi cambierà ulteriormente. Se voi poteste vedere lo spettacolo fra un anno ne trovereste un altro. Un esperimento anche nel teatro questo, quindi capisco quello che dice Alessandro, perché questo non è l’aspettativa del teatro che probabilmente aveva Alessandro, il nostro è un altro esperimento: non è nuovo, il teatro greco spesso faceva così, mutava a seconda delle persone che aveva davanti. Quindi noi fra un anno, ma non solo, fra quattro mesi, fra tre mesi, molto probabilmente la prossima replica sarà ancora, no, la prossima no perché è uguale, perché siamo a San Severo, ma fra un mese sarà ancora diversa. Il perché non c’è un finale è una scelta, perché, noi, il nostro finale sono le domande e non vogliamo dare nessun giudizio, nessuna risposta. Il documentario di Pasolini ha un altro taglio rispetto a quello che noi vogliamo fare: il documentario che noi faremo (perché noi faremo un documentario fra un anno con tutte le interviste le domande che avremo fatto, ecc.), vedremo che taglio debba avere: non è detto che abbia la stessa e identica dolcezza di Pasolini e neanche la nostra tensione, magari ha un’altra cosa ancora. L’unica cosa che mi sembra interessante dire è che il nostro concetto di teatro, che può piacere o meno, è di un teatro vivente, quindi vuol dire che noi oggi sappiamo quello che è successo, domani anche, fra un mese no, stiamo già pensando di mettere dei pezzi, toglierne altri, soprattutto sulla prostituzione, perché c’è stato un grosso dibattito. Crediamo che sia un progetto di questo genere. Quindi se la domanda, per non rispondere a quello che dice giustamente Alessandro, che ha una sua opinione, e perché non il finale, perché noi abbiamo scelto di non avere il finale, né di Pasolini, né il nostro.

Alessandro: Dico che facendo così rischiate che questa opera sia inutile, perché Pasolini volutamente ha bisogno, lo dichiara, di un appoggio intellettuale, infatti interpella Musatti e Moravia e lui conclude. Rischia di essere inutile, perché, senza la mediazione intellettuale che non è il giudizio diciamo morale, ma è il giudizio sociale, sociologico, rischiate di non lasciare un documento, rischiate comunque alla fine di non lasciare testimonianza e traccia, ma di lasciare una cosa a metà.

Antonio: In realtà no, ripeto, il lavoro di teatro, l’inchiesta che stiamo facendo, gira in l’Italia, ha intanto il senso di nutrirsi di quello che sente e vede (si nutrirà anche delle tue opinioni), ma ha intenzione di lasciare un documento, nel 2013 perché siamo, al 50esimo anniversario di quando Pier Paolo Pasolini fece Comizi d’amore. Ora ti rispondo come intellettuale: (questa è la risposta registica teatrale): la risposta da persona, da intellettuale fuori di qua: non credo assolutamente che noi dobbiamo dare delle risposte, non così didascaliche. Le persone che usciranno da qua avranno le loro risposte, anche in questa loro piccola tappa, che non è completa, perché è completa fra un anno. Questa è la mia opinione però, che naturalmente è un’opinione personale, e non è un giusto o sbagliato. Sull’inutilità di questa operazione, lascerei naturalmente che vi esprimeste voi e non posso contestare: quando un attore si mette in scena, si spoglia nudo e dice: “giudicatemi”. Quindi il vostro Giudizio è assolutamente principe e sempre giusto.

Alessandro: Per evitare un fraintendimento, non intendevo risposte, nel senso alle domande precise che avete fatto, ma intendevo un giudizio su…

Antonio: Io ho inteso benissimo. Io ho inteso bene, però anche su quello non sono d’accordo come intellettuale; come teatrante dico che il giudizio è vostro, non è mio, io il mio l’ho fatto, come dire? Quando un cuoco cucina, fa una bella pietanza, la dà al tavolo e poi chi mangia giudicherà quel piatto e ha sempre ragione chi mangia non chi fa il piatto, come teatrante. Come intellettuale non concordo sul giudizio, perché credo che il ruolo debba essere un altro e che in realtà un giudizio, debba arrivare a chi è dall’altra parte, però questo è un fatto personale.

Alessandro: Però lei non sta dicendo che non è d’accordo con me, ma sta dicendo che non è d’accordo con Pasolini, che lei ha ripreso.

Antonio: No, no, non credo di dire questo, però vabbe’…è un’opinione e rispetto la sua, assolutamente.

Celeste: Io vorrei porre una domanda sulla scelta del costume di scena: perché il nero, perché scalzi?

Antonio: Il nostro era un tentativo di eliminare qualunque, anche i capelli, di mettersi abbastanza al servizio di questi cambiamenti, dove potessimo risultare meno personaggi possibile: una sorta di neutralità che non esiste, è un’illusione assolutamente, una convenzione. Quindi chiediamo al pubblico di accettare la convenzione del fatto che non siamo personaggi: questa è anche una nostra poetica ed evoluzione in questi anni: noi stessi non crediamo molto nei personaggi: se voi vedete gli altri lavori del “Teatro delle Forme”, non ci sono più personaggi, non esistono più, esistono relazioni, ma non sono più personaggi: quindi il costume riflette un po’ una poetica che il Teatro delle Forme sta un po’ portando avanti, sull’assenza del personaggio in scena.

Francesca: Io volevo fare una domanda per quanto riguarda una scena dal punto di vista attoriale: c’è stato un momento di interazione tra due attori, nel momento in cui le luci sono cambiate e sono diventate blu e con quella musica di sottofondo avete fatto quei movimenti…ecco io vorrei un po’ sapere se è una metafora del rapporto tra uomo e donna e nella relazione…Ho notato a un certo punto, quando vi siete bloccati al centro che fosse come una similitudine: l’uomo o la donna oggetto, l’utilizzo dal punto di vista sessuale e poi il riuscire a trovare una relazione che andasse oltre. Ecco, era questo il senso?

Antonio: A noi va benissimo quello che hai trovato tu. Nel senso che il nostro senso era molto semplicemente l’impossibilità di incontrarsi, la difficoltà di incontrarsi e che forse poi dopo, se avete notato, il video dopo, Amanda, quella ragazza che poi si è uccisa malamente (non se avete seguito il caso!); perché lei si è ammazzata, bevendo un litro di candeggina. E lei, se avete visto, tirava i suoi foglietti, ha indugiato per un secondo in più su un solo foglietto, che era il penultimo, con su scritto “sono sola ho bisogno di qualcuno”. E ci siamo permessi di riproporre quel video, perché la madre ha deciso di lasciare su Youtube a monito, come scuola, come insegnamento. Perché spesso utilizziamo questi mezzi, interessanti, bellissimi, ce l’ho anche io, fondamentali, ma che bisogna saper usare, perché sono rischiosi. Noi abbiamo avuto una di queste discussioni a Torino, una signora che è venuta abbastanza in lacrime, perché sua figlia non può più entrare su Facebook, perché non so cosa abbia sbagliato, se abbia messo una fotografia sbagliata, detto qualcosa…comunque appena entra, l’ammazzano di parolacce. Quindi sono strumenti difficile. La scena a cui lei si riferisce è proprio, per noi era un tentativo di dire è difficile incontrarsi, difficile parlarsi, difficile…abbiamo tanti amici su Facebook, tante relazioni eppure non riusciamo a incontrarci. Quello che poi lei ha provato è un’evoluzione ancora ulteriore che è assolutamente bella.

Ci dedichiamo al confronto II

2° CONFRONTO POST SPETTACOLO con Titta Ceccano, Julia Borretti e Roberto Caetani
su “Macellum – ovvero il valzer dell’Orazio” di Titta Ceccano
presentato da “MAT Spazio_Teatro” di Sezze
interpretato da Titta Ceccano
                        e diretto da Titta Ceccano e Julia Borretti                                                                   musiche di Roberto Caetani                                                                                            

“La vicenda narrata è quella nota degli Orazi e dei Curiazi, già trattata da Tito Livio. Lo spettacolo riflette sul bene e sul male che possono albergare in un solo individuo e sul valore delle parole. La tragedia privata è scelta come metafora per narrare in modo imparziale gli eventi di una guerra sanguinosa e per approfondire il concetto di verità, contro ogni adulterazione del linguaggio. Un’occasione per riflettere sulle molte verità che un uomo può contenere, sul valore del privato di fronte alla Storia e sull’odierna difficoltà a salvaguardare l’integrità del linguaggio.”                        (Dalla presentazione dell’autore)

Francesca: Come mai la scelta di questo monologo da portare in scena? Come mai la volontà di raccontare questa vicenda?

Titta: E’ un progetto che era nell’aria da diverso tempo. Questo lavoro è tratto da un testo di Heiner Muller, uno scrittore tedesco. Ne avevamo fatto già un lavoro laboratoriale con una decina di ragazzi, però l’idea era sempre questa, di farne un monologo. Poi è nata questa idea di contaminarla con altre cose come appunto il mio dialetto e ne è venuto fuori questo racconto che è un racconto antico e mi faceva pensare ai miei nonni a cose vecchie, a cose del passato: in fondo si tratta della storia più antica di Roma. Questa idea qui è stata la chiave di volta nel lavoro drammaturgico cioè quella di riportare a sé una scrittura alta come quella di Heiner Muller e di farne appunto quasi un culto, quasi anche un canto di questa storia qua. Un progetto di vecchia data che si è materializzata solo nell’ultimo periodo.

Francesca: Dal punto di vista scenico la funzione delle luci ha un significato particolare?

Julia: Prima di rispondere a questa domanda penso sia giusto aggiungere qualcosa alla risposta che ti ha dato Titta prima. È anche e soprattutto la tematica che ci interessava, perché attualizzare questa dicotomia che c’è all’interno di ogni persona, di ogni uomo, cioè il male e il bene, che si integrano si bilanciano, si compensano. In questa storia tutta la diserzione, direi filosofica, gira intorno a questo grande dilemma.

Titta: A questa possibilità che bene e male coesistano non solo nel discorso di dubbio, diciamo, di sospensione del giudizio, ma proprio una affermazione, invece, del fatto che bene e male coesistano. Qui si tratta di una evoluzione che fa Heiner Muller rispetto ai drammi didattici di Brecht, in cui Brecht utilizza delle formule per sostenere una causa piuttosto che un’altra, quindi sostenere una parte piuttosto che un’altra. Qui Muller invece utilizza lo strumento del dramma didattico, come avete sentito a volte molto didattico, molto, come dire, didascalico, utilizza questo strumento per dire qualcos’altro  cioè per dire che due cose coesistono in una, due opposti coesistono in uno.

Julia: Dal punto di vista delle luci chiaramente questa idea della storia antica come di una cosa che è stata messa da parte ed è un ricordo, è come se fosse una storia da museo, allora da lì parte l’idea di queste luci come se fossero… come luci caravaggesche: molte strette, molto drammatiche che aiutano a fare entrare nel patos e nella drammaticità della storia. Io insisterei anche, nel lasciare la solitudine di quest’uomo che sta nel mezzo, tra il male e il bene: nonostante la folla, nonostante i Littori, nonostante le acclamazioni, è comunque una persona sola. Quindi sono tutte, come avrete notato, sono tutte luci speciali. Ogni luce agisce singolarmente sull’attore che narra. Non so se ha reso…adesso sarei curiosa anche io di sentire la vostra opinione su questa idea delle luci.

Lavinia: Riguardo le luci, io ho rivisto un po’ il quadro di David che è “Il giuramento degli Orazi”, una sorta di manifesto del neoclassicismo. Appunto questa oscurità della situazione e questa figura bianca della sorella di Orazio, che incarna quasi tutto il bene, perché al di là di Roma, è quella che si pone al di sopra di questo giudizio bene-male. Io ho visto proprio quasi l’incarnazione dell’umanità, e anche facendo un paragone col quadro, il quadro è scuro, quindi è come se fosse una sconfitta già in partenza e si vede già dall’espressione delle sorelle. Infatti ricordo un particolare che mi è rimasto impresso: le sorelle che hanno un’espressione proprio di sconfitta come se incarnassero  la sconfitta; quindi io un po’ ho visto questo contrasto molto forte ed è anche bello che sia questo divario. L’unica cosa che magari forse non ho apprezzato in toto, forse non ho compreso, è: a differenza della figura bianca, distaccata delle sorelle, l’interpretazione fatta dallo stesso personaggio, appunto Orazio, il padre, appunto una figura bianca, l’ho visto come una figura bianca e quindi stonava un po’…

Titta: Questa cosa che hai colto è una chiave di interpretazione che io utilizzo, cioè per me la sorella e il padre sono sullo stesso piano. Questa intuizione sulla quale andiamo a lavorare, basterà pensare che le uniche due recitazioni che vanno più verso il naturale, per quanto tutto lo spettacolo sia barocco, l’interpretazione sia barocca, i due personaggi che parlano con voce più naturale sono appunto la sorella e il padre. A loro è affidata l’umanità come hai detto tu. Nella sorella è immediata questa cosa: lei arriva prima, anche nella scena lei arriva prima, e per prima subisce questa, come dire, quasi questa violenza maschile se vuoi, perché così è. Il padre che arriva dopo ha un altro compito. Qual è il suo compito in fondo? Non è tanto il suo ruolo all’interno di Roma, ma giustificare la vita del figlio che deve continuare rispetto a Roma. In fondo il padre è più padre che romano e in questa idea queste due figure rappresentano, se vuoi, l’umanità di fronte alla Storia, che è quell’altra. Quindi questa cosa che tu cogli, due figure bianche: per noi è così. Io in scena questo penso, questo faccio, in questa direzione vado. Staccare queste due figure dal resto, loro sono l’umanità il resto è la Storia.

Lavinia: E l’altra figura bianca? Allora la sorella l’ho individuata, forse sono stata all’inizio distratta un po’, l’altra figura bianca, l’altro manichino è…?

Titta: E’ l’Orazio, l’Orazio spezzato già dall’inizio, tutto spezzato, è tutto come dire snodato, no? Spezzato, è un fantoccio, è un oggetto…

Lavinia: Si.

Titta: E’ un oggetto sin dall’inizio, è un oggetto in tutta la storia. Lui che ha compiuto questa azione, poi diventa un oggetto rispetto a tutto, a tutto quello che gli succede, che appunto gli succede, succede a lui. Mentre la figura di lei è animata, io la animo e vive un suo volto, lui non vive mai. Spesso viene usato, no? Sin dall’inizio… poi viene steso, appoggiato sulla sedia, poi verrà preso, alzato, rimesso lì, e ogni volta viene abbandonato e il gesto che io faccio con lui è di abbandonarlo ogni volta.

Camilla: Ho notato che nella narrazione, nel modo di raccontare, soprattutto mi ha colpito la frase finale, che non si possono spezzare le parole, perché sono proprio queste che rendono un uomo tale. Riguardo al quadro che ha appunto nominato prima Lavinia: i chiaroscuri, tutte le gradazioni di colore non si possono prescindere dal punto di vista delle luci, infatti lo spettacolo era completo da tutti i punti di vista per quanto riguarda proprio le sfumature che compongono le persone; non si può prescindere, non si può prendere una situazione, una persona ciò che fa, bianco o nero: è tutto un insieme, un uomo è composto da varie cose, né ciò che dice, né ciò che fa determina veramente come è. Una persona si può mantenere coerente nella sua condotta, infatti l’Orazio si è mantenuto coerente nei suoi gesti: ha vinto per l’onore di Roma, e ha ucciso la sorella sempre per l’onore di Roma.  Quindi lui portava avanti un progetto sempre alla luce del fatto che è un fantoccio, potremmo chiamarlo anche un fantoccio di Roma, sempre nel filo conduttore della storia.

Titta: Questa cosa che dicevamo prima…Orazio in fondo è l’oggetto, no? Infatti riportiamo “gli Orazi e i Curiazi” e spesso non si sa nemmeno la storia, però quando si dice “Orazi e Curiazi” tutti li conoscono. Ora cosa c’è dietro questa storia? Appunto c’è uno scontro tra l’Umano e la Storia, che in fondo è il tema dello spettacolo, accanto ad altri, ma è il tema.

Claudia: La mia domanda è sul commento musicale. Perché questa scelta? Mi è sembrato di sentire sonorità vagamente blues o per lo meno che lo ricordavano un po’…Volevo sapere come si inserisce questa scelta musicale,considerando il tema trattato.

Roberto: Parto da un presupposto: non scegliamo mai a priori le musiche. Ci conosciamo da anni e prima per amicizia e poi abbiamo iniziato a lavorare insieme. Quando loro mi sottopongono dei testi, mi dicono: piglia tutto quello che c’hai e vediamo un po’ quello che viene fuori. Nel senso che ascolto la storia, la leggo, ci entro dentro, la ascolto da loro, vedo un attimo le azioni e quindi le cose vengono. La scelta delle musiche quindi non è stata casuale, è stata una scelta per una sensazione di pancia, più che altro. Se vogliamo dare, invece, un aspetto formale a quello che è stato scelto, a parte che c’è un set tutto un po’ particolare, ci sono diversi strumenti… perché serviva una sonorità più piena (io nasco come chitarrista però, qua, mi sono lanciato un po’ sulle percussioni), serviva una sonorità più piena per sottolineare alcune cose. La scelta dei temi: si inizia col tema famoso del “La Traviata”  di Verdi perché è un po’ una dicotomia, insomma, c’è un controsenso, questo brindiamo di fronte a una tragedia, che sta per arrivare e infatti lo faccio in maniera ironica, nel senso che inizio con la chitarra, in modo molto formale e poi vado col kazoo, che è quello strumento che usa anche Bennato, non so se conoscete, immagino di sì, anche i Clown usano il kazoo. Quindi diventa lì il massimo dell’ironia, quasi a sottolineare quello che sta per accadere. La scelta del blues, è stata dettata dal fatto che, a parte che io sono un appassionato di blues però…, dal fatto che comunque il blues di per sé è una forma musicale circolare. Quindi a noi serviva un qualche cosa che ritornasse continuamente. Fondamentalmente è solo un riff, c’è una piccola fase di blues, cioè non è che chiude e ricomincia, è sempre la stessa cosa di 2 3 4 battute, che si ripete, quasi fosse una cosa ossessiva. E l’ossessività del riff di blues un po’ si manifesta in tutte le cose che lui ripete anche continuamente fino all’ossessione, il cittadino di Roma, il vincitore di Alba, fratricida e quindi diventa marcare musicalmente questa scissione interna che c’è dentro il padre dell’Orazio, dentro l’uomo in sé stesso. Forse le due cose più complesse che sono state fatto a livello musicale sono quella, quando faccio l’assolo praticamente, dove piego la cassa del charleston e la chitarra e lì parte proprio il discorso della dicotomia; e poi c’è la loopmachine, che è un pedale che registra delle frasi e poi le ripropone in loop, cioè in sequenza. Lì loro mi hanno chiesto proprio di trovare un escamotage musicale che potesse sottolineare al massimo, estremizzato anche dal punto di vista dissonante (perché io faccio delle cose che apparentemente non c’entrano niente, però che poi finiscono in maniera coerente), che sottolineasse in modo estremo questa scissione interna, cioè il fatto che praticamente: lo dobbiamo nominare il vincitore di Alba o fratricida?

Titta: Sono sostanzialmente i due temi che si rincorrono, cioè lui inizia il lavoro sul suo assolo e su i due temi che si rincorrono. I due temi sono due valzer: c’è “Lauretta mia”…che poi è un po’ il senso dell’andare e del tornare, dell’andare del tornare, che è un po’ il tema del testo, se volete: andare per tornare. Allo stesso tempo c’è proprio un gioco su questa cosa qui, perché il valzer è così. Infatti il sottotitolo dello spettacolo è “Il valzer dell’Orazio”, anche perché è ironica in questo senso il valzer dell’Orazio, cioè uno che lo fanno ballare. I due valzer, sono due valzer molto conosciuti, tutti e due molto popolari, anche quello di Verdi è ovviamente  popolare, in maniera alta e l’altro “Lauretta mia” è popolare e basta. Ma sostanzialmente si tratta di due temi molto orecchiabili che vengono utilizzati come dire in maniera differente da come nascono. È chiaro che “Lauretta mia , bimba adorata, la serenata te la canta papà” diventa questo grido del padre che gioca, ironicamente, su questo testo. Ed invece diventa un grido di dolore. C’è un’ironia che gioca a lato, dentro, sotto questo lavoro qui,che invece all’apparenza rimane molto oscuro, plumbeo.

Alessandro: Lo spettacolo di questa sera è stato veramente molto complesso. Ho proprio mal di testa a capire. Perché in poco tempo, penso un’ora sarà durato lo spettacolo, anche di meno, sono stati trattati tanti temi, in una complessità enorme, proprio derivante da questa dicotomia dello stesso personaggio. Ovvero: la Storia, la tragicità dell’umano dei due personaggi, il tema della verità, della colpa, dell’eredità della colpa, del linguaggio… Tutto condensato e tutto presentato problematicamente… Al che io ho difficoltà a orientarmi all’interno di questo labirinto di idee, di concetti. Una cosa che mi preme sottolineare è come la dicotomia della storia dell’Orazio, cioè vincitore e colpevole,assassino, sicuramente io penso che, presumo, nel pubblico stesso abbia suscitato delle reazioni di parte, nel senso di desiderio di mettersi da qualche parte tra le due. Il ribollio della coscienza presumo l’abbiamo sentito. Io penso che rispetto a questo ribollio però non c’è stata soluzione, cioè continua a bollire, continua a dirsi “ma io dove devo stare”, “mi dispiace condannare Orazio, ma non posso darlo vincitore”. In qualche modo ci sentiamo un po’ popolo della storia. Quello che non ho capito se manca, oppure non l’ho capito proprio io, è la risposta dell’artista: questo finale non l’ho ben capito: finisce che si deve strappare la lingua chi dice insieme queste cose, l’assassinio e il vincitore, perché la lingua deve essere pura. È questa cosa che non ho capito, che mi sembra quasi un po’ estranea da tutta la storia, come conclusione.

Titta: Allora c’è una conclusione successiva a questa che dici, che comunque ripone la Storia nella Storia, con i romani che aspettano il nemico e con la spada al fianco.

Alessandro: Sì, il finale, diciamo, che poi questa cosa passa.

Titta: Prima di quello, c’è la riflessione sulla lingua. Ora questa cosa che dici rispetto a questo ribollio che rimane ribollente, in realtà è ciò che vogliamo. Noi non vogliamo dare una soluzione. L’interpretazione della Storia è l’interpretazione della vita. Quello che ci interessa è questo. In fondo la vita non è un condensato: in un gesto che accade dietro l’angolo nonc’è un condensato di tutto. E quindi questa sensazione che hai, che tutto sia condensato, che tutto sia “irrisolto” e che hai questa difficoltà a schierarti da una parte o dall’altra, è ciò che vogliamo, è quello che abbiamo fatto, perché per noi è così.

Alessandro: Ma non trovate sia pericoloso? Pericoloso forse è una parola eccessiva però… È come dire a qualcuno qualcosa senza sapere la soluzione.

Titta: Ma in fondo è così, la realtà è così, la vita è così. Magari qualcuno tra le persone che hanno qualche anno in più potrebbe risponderti. In fondo quante volte un gesto, ma molto molto più banale ci si interroga. Non solo, la stessa vita ti cambia e quello che pensavi ieri non è quello che pensi oggi e così via e poi continui a cambiare. Allora la risposta che si cerca di dare in questo spettacolo è che bisogna rispettare la lingua. Allora sì, allora l’unica cosa che può salvarci è la precisione, lingua quasi come coerenza, come possibilità di coerenza, nell’incoerenza generale che viene detta.

Alessandro: Ma lingua intesa come?

Titta: come linguaggio, come possibilità di dare nome alle cose.

Ci dedichiamo al confronto I.

Da questo mese e fino a febbraio 2013 seguiremo la stagione teatrale RESISTENZE012, giunta al terzo anno ed organizzata dal Teatro delle Moliche di Corato (Ba).

Particolarità di questa lodevole iniziativa è la possibilità di confronto diretto che gli artisti avranno con il pubblico presente alle esibizioni. Confronto che in questa, come nelle precedenti rassegne, viene raccolto e registrato da noi di PierrotWeb. Ogni anno dei confronti ne viene fatto un piccolo libricino, agile e caratteristico nella consultazione, poiché ritrae, fermandolo su carta, il pensiero degli artisti e quello del pubblico.

Quest’anno abbiamo deciso di offrirci una ulteriore possibilità di confronto, riportando per ogni spettacolo, un breve riassunto e le parole degli spettatori e degli artisti, sperando che il “confronto” si possa animare anche sulle pagine di questo blog.

Danilo Macina

CONFRONTO POST SPETTACOLO con Pierluigi Tortora
su “GIUSEPPINA, UNA DONNA DEL SUD
a cura de LA BOTTEGA DEL TEATRO di Caserta
di Pierluigi Tortora
interpretato e diretto da Pierluigi Tortora

“Giuseppina è una donna del Sud, che ha vissuto circa un secolo, il ‘900. Una donna forte e debole, umile e orgogliosa, madre e moglie, che appartiene alla sua terra, difficile e affascinante. Una storia di racconti del passato e di ricordi mentre intorno il mondo cambia: il suo rapporto con il progresso, con gli uomini è contrastato, un microcosmo, quello raccontato da Giuseppina, che diventa macro perché le storie somigliano e riguardano tutte le donne e tutti gli uomini che come lei, stupiti ed innamorati della vita, ne hanno smarrito l’orizzonte.” (Dalla presentazione dell’autore)                                                                     

Pieriluigi:  Prima di tutto voglio dirvi che questo “Giuseppina”, è uno spettacolo che ho scritto io assieme a Matteo De Simone, che è un autore di Roma, dedicato ad una donna che ripercorre tutto un secolo: lei nasce nel 1905 e muore quasi alla fine del secolo; e, come dice, vede il mondo cambiare. Nella fattispecie questa donna è stata la mia nonna. Se io so fare qualcosa nel narrare, la vera istruttrice, la vera maestra di questa narrazione è stata lei.

Michelangelo: ha risposto alla mia domanda, ovvero: il personaggio, a chi fosse ispirato; se fosse reale ecc…quindi ho capito che è sua nonna. A questo punto le faccio un’altra domanda. Chiedo: ha sentito una necessità storica a dover rappresentare un personaggio che ripercorre un secolo intero e presentabile in questo momento particolare? Oppure è stata una scelta che è derivata da altri motivi?

Pierluigi: Guarda, questo è una spettacolo che ha due anni e, diciamo, in due anni è già da record averlo fatto un’ottantina, novantina di volte. È nato per questa grande voglia di raccontare, di raccontare la vita di quelli che, altrimenti, la vita non li considera proprio. Nel senso, parafrasando una canzone di Eduardo De Crescenzo, non so se conoscete…scrisse una canzone che si chiama “Uomini semplici” che sono quelli che poi non si vedono, non hanno quella visibilità. Io sono molto molto vicino a queste situazioni quà, a queste persone quà. Ripeto nella fattispecie questa donna era mia nonna, ma era una delle tante donne del Sud, molto impegnate in questa vita fatta di dedizione assoluta alla famiglia, alle persone vicine, ma io che l’ho conosciuta, e anche altre persone, ripeto, anche fatta di una generosità spicciola, di tutti i giorni, di una grande intelligenza, di una grande sintesi. Sì, ho sentito l’esigenza di raccontare mia nonna, ma ho sentito anche l’esigenza di ritornare a raccontare semplicemte, come quando uno sta davanti a un camino e in una sera magari di freddo ti riesce a parlare e non parlarti addosso, perché oggi ci si parla addosso.

Michelangelo: di esperienze come queste sono capitate a tutti quanti. Penso che un po’ ognuno di noi abbia una nonna che racconta storie del genere e questo ci accomuna, penso, e anche se in un certo senso rende il raccontare queste storie un riflesso di quello che ci capita la domenica magari; quindi direi che è stato importante per lei e un riviverlo per noi questo tipo di racconto. È giusto?

Pierluigi: sì, io sono, ripeto, sono felicissimo ogni volta che faccio questa narrazione. Intanto perché faccio il teatro e facciamo il teatro assieme e, due, perché appunto mi riporta in qualche modo, non soltatnto a questa figura, ma mi riporta una voglia di un modo di vivere di cui assolutamente ne sento il bisogno. E quindi c’è questa grande partecipazione, oltre che dell’ “attore”, cioè questa partecipazione umana , prorpio a un modo di intendere la vita.

Michelangelo: quindi è questo che, penso, dovremmo imparare dalle storie di sua nonna?

Pierluigi: io, no, non ho questa pretesa…

Michelangelo: lei vuole solo raccontare…

Pierluigi: sì, io voglio solo raccontare, non ho questa pretesa. Sono felice se, se nel caso, per esempio nella fattispecie con te che sei giovane magari, ho colto nel segno, ho colto nel cuore, ho colto nell’emozione; sono felice, ripeto, doppiamente, come attore per quello che ho raccontato insomma. Sì, sì perchè spesso i racconti di oggi al di là del valore drammaturgico sono dei raccontri “trash”, molto molto grezzi, di poesia ce n’è poca. Ecco io credo che bisogna ritornare molto, ma non per essere in qualche modo, sai, così, gentili di maschera, ma essere veri.

Annamaria: devo fare veramente i complimenti perché ha colto le cose più piccole ma più importanti della vita, forse, di un tempo. Ad esempio quella storia che ha raccontato di suo nonno che portava le paste all’onomastico, cose che ormai oggi…Vorrei tanto che i giovani prendessero spunto da questo racconto che lei ha fatto di sua nonna e capire che le piccole cose sono tanto tanto importanti. Forse quando si diventa vecchi, si ricordano più le piccole cose che ti hanno fatto felice che le grandi cose. E purtroppo oggi i giovani aspirano alle grandi cose. Invece bisogna ormai capire che coi tempi di oggi, con la crisi che abbiamo, bisogna accontentarsi delle piccole cose e le piccole cose sono forse quelle più importanti e le si dà poco valore.

Pierluigi: io ringrazio di questa cosa che ha detto, ma aggiungo questo: che non è tanto nella indole intima, interna di crescita, quanto invece nell’idea che si è data in questo Paese, soprattutto negli ultimi venti anni, dove per esempio una persona ha distrutto la cosa più bella della vita, l’ha proprio sfaldata: l’amore. Ha fatto capire che anche quello si poteva comprare.  Io mi auguro che i ragazzi, soprattutto, vivano tutte le loro esperienze veramente da quella più piccola poi anche a quella più grande. Alla massima aspirazione, al pensiero della grandiosità, perché no? Però è chiaro che il pensiero della grandiosità, parte dal pensiero del piccolo. Cioè l’alfabeto va da a alla z.

Alessandro: lo spettacolo che hai presentato questa sera mi ha colpito particolarmente per diversi motivi. Il fatto è che io penso che sia uno spettacolo veramente carico di significati, di importanza non solo artistica, teatrale, ma anche, penso, storica, antropologica. Innanzi tutto mi ha colpito molto la lingua. Proporre uno spettacolo, oggi, in dialetto casertano in questo modo, secondo me è una scelta forte; a me è sembrata quasi una protesta che, non può avere realizzazioni nei confronti dell’attualità. Vedere un attore da solo senza niente, con un solo sgabello e avere come unico strumento il dialetto è una forma di resisteza fortissima, per quello che sta morendo, o si sta volgarizzando e sta perdendo di senso. Per me è stato molto bello sentire il dialetto, in tutto lo spettacolo, così: la sua vitalità, la sua freschezza, la sua storia. Altra cosa che mi ha colpito è, insieme a questo, la semplicità dello spettacolo, l’essenzialità: non ti sei neanche alzato in piedi, come se tutto è nella parola detta in dialetto. Perchè non è lo spettacolo in vernacolo, comico, ridicolo, ma è invece una reminiscenza, un riproporre un passato che noi non conosciamo più. Quando dico noi, parlo specialemte della mia generazione, cioè quella dei 20/30, io ho 21 anni. Ecco, una storia come questa raccontata in questo modo ci è lontana anni luce, è come se un extraterrestre fosse venuto a parlarci del suo pianeta e delle sue storie. Io penso che il modo con cui noi recepiamo questa storia sia come recepire una favola o una fiaba. La realtà di cui si parla, le storie, i sentimenti, la religiosità, la maternità, il senso di ubbidienza, sono cose che noi proprio non conosciamo bene, a cui non siamo stati educati, che non ci sono state tramandate. Io stesso quando ascolto mio nonno, mio nonno calabrese di montagna, stare ad ascoltare le sue storie, i suoi aneddoti è difficile; c’è proprio una distanza insormontabile. E allora io sono contento di vedere questo spettacolo, di avere l’occasione di vedere un attimo cosa c’era prima.

Pierluigi: questa cosa che dici è importante, perché, tra l’altro, se tu l’hai così bene recepito, è segno che comunque c’è una radice positiva, non per il fatto che tu abbia recepito questo spettacolo, ma perché ti ha riaperto la mente verso un mondo che non hai conosciuto e di cui ce n’è bisogno; sai come si dice, insomma, voglio dire: non c’è futuro senza presente, né passato. E quindi noi dobbiamo tenere presenti le radici. Io anche nella parte della domanda che hai riferito, al non essere lo spettacolo in qualche modo ridicolo, ridanciano, piacione: sì è proprio così, è l’essenza, è un racconto, lei raccontava esattamente così, e se era efficace, lei, che non era un’attrice, ma era un’attrice della vita, proprio perché aveva fatto la sintesi e alla fine…bhè poi andiamo più in un discorso tecnico… Io per lo meno ho un’idea di teatro che è più a togliere che a mettere, i colori, in teatro, mettere gesti, movimenti , poi naturalmente ci sono delle situazioni dei personaggi che si prestano a questo. Però voglio dire è un teatro, questo, della verità. E queste sono storie della verità. Tante volte sono anche storie incomprensibili, come magari ti racconta il tuo nonno. Però poi dopo con un attimo di riflessione, con un attimo di fermo immagine dici: forse voleva dire questo, forse dire quell’altro. Il problema oggi sai qual è, Alessandro? È la velocità: noi ci lasciamo scorrere tutto addosso e non ci fermiamo mai, non ci fermiamo manco più a guardare il cielo, insomma, per cui è tutto molto veloce.

Simonetta: ho vissuto questo spettacolo con una partecipazione emotiva molto forte, perché ancor prima di sapere a chi fosse ispirato, dedicato questo spettacolo, io ho subito pensato a mia nonna. Però, io ho vissuto al nord e in questo spettacolo per quanto fosse incisivo l’uso del dialetto, spesso io ho avuto molta difficoltà a comprendere. Quindi, mi chiedo: perché questi valori, queste tradizioni non possono alla fine essere comunicate a tutti? Quindi: non credi che il dialetto, per quanto incisivo, non possa, in un certo senso, essere un ostacolo alla comunicazione o comunque a trasportare questi valori molto importatanti dovunque?

Pierluigi: no. Sarebbe snaturare tutto, perché è un lavoro di radice ed è un lavoro di radice del sud, non solo di radice mia, della mia terra. Io credo che il nostro Paese, fondamentalmente, abbia questa divisione nord sud, divisione naturale. Credo molto fortemente che la gente del sud sia gente buona, tosta, intelligente, capace, volitiva, e quindi, per tornare seccamente alla tua domanda: se io avessi fatto questo cambio di dialetto verso la lingua italiana, in qualche modo una lingua più comprensibile, non avrei fatto un buon servizio a voi come spettatori e a me come attore e al teatro anche. Perché in teatro, vedi, non sempre si deve capire tutto. Uno se ne può andare anche di emozioni, una parola può anche sfuggire, l’emozione no. Questo è il mio pensiero. Volevo ringraziare Giancarlo che mi ha fatto il tecnico, il mio amico Giancarlo. É una maschera del vecchio cinema di Caserta che non c’è più e adesso è venuto con me questa sera.

Lavinia: volevo fare una semplice osservazione. Io sono rimasta molto colpita da un tema che hai affrontato che è quello della solitudine, che non è isolamento. Una zia di mio padre che poi ho rivisto nel personaggio di tua nonna, io ricordo sempre che, innanzi tutto, mi accoglieva con una carezza e anche se magari non mi chiedeva  di raccontare me, però nel momento in cui raccontava se stessa è come se ti desse delle piccole…dei piccoli consigli, dei piccoli tesori, delle picole lezioni di vita. Anche se sta parlando di lei stessa. Erano dei piccoli doni: il raccontarsi, il narrare è proprio un gesto d’amore.

Pierluigi: la generosità di queste persone qua, e anche la tenacia. La generosità di queste persone è testimoninata appunto in piccoli gesti: mia nonna tutte le sere ci portava delle caramelle di liquirizia, fatte a forma di barchetta e noi le dicevamo “ ‘a no’ hai purtato ‘i barcatell’” . E per venire a trovare questo figlio alla bottega di sartoria lei faceva qualcosa come, ci veniva 4 volte al giorno come dice, e faceva qualcosa come, all’età di 70 e passa anni, 5 chilometri al giorno a piedi, andare e venire, andare e venire, andare e venire….

Lavinia: io penso che più la vita è piena, più è leggera, ma non nel senso superficiale, mentre qua, più la vita è vuota, più la persona tende a raccontare depressione…

Pierluigi: io sono d’accordo, cioè non pigliarsi troppo sul serio non significa non impegnarsi, significa essere leggeri e di leggerezza ne abbiamo veramente tanto tanto bisogno tutti quanti, anche nei fatti seri. Alla fine il nostro è un passaggio.

Di seguito indico le date di inizio delle attività del Centro di Orientamento ed Educazione Teatrale del Teatro delle Molliche di Corato;

Teatroteca rivolto ai bambini da 6 a 10 anni:
Giovedì 4 ottobre dalle ore 18:00 – Venerdì 5 ottobre dalle ore 18:00

Corso propedeutico rivolto ai ragazzi da 11 a 16 anni:
Martedì 9 ottobre ore 18:00

Scuola di teatro (1° anno) rivolta ad allievi che abbiano compiuto i 17 anni:
Giovedì 18 ottobre ore 20:00

Laboratorio teatrale per adulti rivolto a persone adulte appassionate del teatro che abbiano voglia di sperimentarsi e mettersi in gioco attraverso il linguaggio e l’espressione teatrale:
Mercoledì 21 novembre ore 20:00

I corsi ed i laboratori del Centro di Orientamento ed Educazione Teatrale durano da ottobre a giugno.

Ma, come molti di voi già sanno, gli appuntamenti con il Teatro delle Molliche non si fermano qui, i progetti sono tanti, quindi vi conviene appuntarvi queste date:
RASSEGNA DI TEATRO STUDENTESCO: dal 12 al 16 Novembre
RESISTENZE: 10 esibizioni dal 17 novembre al 9 Febbraio
DOMINO: 5 esibizioni dal 25 novembre al 30 Dicembre
GIORNATA MONDIALE DEL TEATRO: 27 Marzo

Seguite il blog per aver notizie dettagliate sui programmi e gli appuntamenti.

Danilo Macina

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