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Archive for the ‘Eventi’ Category

CALENDARIO DELLE ESIBIZIONI TEATRALI ANNO 2012/2013

Di seguito pubblichiamo il programma delle esibizioni finali degli allievi del

Centro di Orientamento ed Educazione Teatrale

 

PROGRAMMA

  • Teatroteca:

E’ PRONTO IN FAVOLA

Domenica 5 Maggio e Domenica 12 Maggio ore 19.30

(Ingresso gratuito con invito)

  • Scuola di teatro 1:

  “STUDIO TEATRALE

Sabato 11 Maggio ore 20.00:

(Ingresso gratuito con invito)

  • Scuola di teatro 2: 

  “TROIANE” di Euripide

Venerdì 17 Maggio e Sabato 18 Maggio ore 20.30

(Ingresso con contributo)

  • Corso Propedeutico:

NO PIGS 3° lezione

Domenica 19 Maggio ore 18.00 (prima replica); ore 20.00 (seconda replica)

(Ingresso con contributo)

Centro di Orientamento ed Educazione Teatrale del TEATRO DELLE MOLLICHE

Via Ruvo 32 – Corato (Ba) · T. 3384234106

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giornata-teatro-2011 (1)

GIORNATA MONDIALE DEL TEATRO

27 MARZO

Il Teatro delle Molliche festeggerà, come gli anni precedenti,  la GIORNATA MONDIALE DEL TEATRO, che sarà celebrata mercoledì 27 Marzo 2013.

Dalle ore 18,30 in poi il teatro sarà di tutti e aperto a tutti e si potrà accedere in qualsiasi momento, liberamente e gratuitamente, per condividere con gli altri questa giornata. Gli spazi teatrali potranno essere utilizzati da chiunque lo voglia, in maniera libera e spontanea, per qualsiasi tipo di performance dalla lettura di una pagina di un libro, alla declamazione di una poesia, dalla recita recita di un monologo di una scena, alla danza, a una esibizione musicale, e altro o anche partecipando da spettatori.

In seguito dalle ore 21,30 si festeggerà tutti insieme con un buffet fatto da ciò che ognuno vorrà o potrà preparare e condividere.

Siete tutti invitati presso il Teatro delle Molliche in via Ruvo 32, Corato (Ba).

 

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giornata mondiale della poesia_001

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resistenze0129° CONFRONTO POST-SPETTACOLO 

con Barbara Cerrato e Maria Macri
su “Peppino mani dell’Angelo” di Michele Pagano
presentato da “Officina Teatro” di Caserta
                                  interpretato da Barbara Cerrato                                       e diretto da Michele Pagano

” “Quando lo spirito non collabora con le mani non c’è arte”, sostiene Leonardo Da Vinci. Le mani di Mimma avevano qualcosa di diverso. L’avevano capito i tanti che si affollavano ai vetri della finestra per osservarla. Tutta quella gente non si era mai vista. I bambini erano sempre più numerosi, accorrevano le donne che uscivano solo la domenica per andare a messa, processioni da pesi lontani. Per tutti era “miracolata”, per pochi è rimasto Peppino, Peppino mani dell’angelo. ”                      (dalla presentazione dell’autore) 

Maria: il testo è di Michele Pagano, il direttore artistico di Officina Teatro messo in scena sette anni fa per la prima volta, poi rimesso in scena, riallestito con Barbara dopo circa un anno di prova, per cercare di rendere meno difficili per il pubblico determinati argomenti trattati.

Barbara: prima dell’inizio dello spettacolo sapevo che c’erano giovani nel pubblico ed eravamo un po’ spaventate, però è andata bene. Se a loro è piaciuto penso sia una delle più grandi soddisfazioni.

Claudia: vorrei sapere qualcosa di più riguardo alla genesi di questo spettacolo, cioè come è nata l’idea.

Barbara: l’idea è nata come diceva Maria, sette anni fa e Michele Pagano il nostro direttore artistico ha scritto questo testo ed è stato messo in scena tempo fa. La messa in scena era totalmente diversa da questa! Io ho iniziato le prove, ho letto il testo e lo spettacolo è cresciuto insieme alle prove. Solitamente facciamo così: c’è di base un testo, dopodiché lo spettacolo cresce con le prove. Ho fatto uno studio molto approfondito su Peppino. All’inizio è stato un po’ difficile perché cercavo un barbiere per entrare nella testa di Peppino. A Caserta sono andata un po’ a chiedere in giro, e all’inizio erano un po’ sconvolti: vedere entrare una ragazza e chiedere di fare la barba! E un paio di loro mi ha detto “ma mi stai prendendo in giro?” Mi hanno mandato a quel paese. Dopodiché ho trovato gentilmente questo signore che mi ha seguita, mi ha insegnato a fare la barba, è venuto lui da me, sono andata io da lui al negozio, ho imparato e adesso so fare anche la barba. Infatti dico sempre: male che vada almeno faccio le barbe, mi apro un negozio di barbe. (ride)

Claudia: quindi è un personaggio fittizio?

Barbara: è frutto dell’immaginazione del nostro direttore artistico.

Barbara: dobbiamo tornare a casa, siamo di Caserta, ci mettiamo un po’. Tra l’altro oggi abbiamo trovato anche neve in strada, ghiaccio. Prima facciamo meglio è! Scusateci. Grazie.

 

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resistenze0128° CONFRONTO POST-SPETTACOLO 

con Marco Bianchini 
su “Anamnesi – Narrazioni paramediche” di Marco Bianchini
presentato da “Teatro della caduta” di Torino
interpretato e diretto da Marco Bianchini

 

“Lo spettatore assiste alla terribile battaglia con il pericolosissimo diplococco gram-negativo, alla genesi di tutte le malattie, alle avventure tragicomiche di un artista maledetto e di un ricoverato in terapia intensiva. Il registro del racconto cambia continuamente, passando dal drammatico al farsesco e dal parodistico al tragico. Uno spettacolo che diventa il pretesto per un discorso più ampio che indaga il rapporto dell’uomo con le malattie, il concetto di “guarigione”, i cambiamenti che le malattie provocano nella vita delle persone e il rapporto paziente-personale ospedaliero.” ( Dalla presentazione dell’autore)

Marco: faccio una domanda per prima io, a me stesso (magari una cosa che vi chiedevate voi): ma è vero che ti è successa questa cosa qua? Sì è vero. Altrimenti non avrei fatto uno spettacolo che parla della meningite. Se non fosse successa a me,  non mi sembrava il caso. Quindi è perfettamente autobiografico. E la seconda domanda che potrei farmi è (se lo sapevo prima che mi sarei fatto le domande da me, me le preparavo): la signora che interviene a un certo punto, anche lei esiste veramente? Sì, anche lei esiste veramente, ha anche nome e cognome, vi dirò solo il nome: si chiama Lea ed è una signora di Torino. (Imitando ironicamente la voce del personaggio) quella che parla così, ecco è una signora che esiste. Parla così ed è esattamente uguale così.

Marilena: complimenti innanzi tutto, e poi una domanda personale: in che modo questa esperienza ha cambiato la tua vita? Nelle ultime battute hai detto “ho cominciato ad apprezzare ogni singolo alito di vento, ogni singola cosa, la natura, quello che mi circonda”; volevo sapere a livello emotivo il tuo rapporto con la malattia. Mi è piaciuto molto questo tuo ironizzare, qualcosa che poi in realtà era abbastanza serio, cioè, non c’era nulla per cui sorridere, però sei riuscito ad affrontare comunque un argomento come la malattia. È un po’ lo spauracchio di tutti: la nostra paura più grande è quella di andare incontro a delle malattie, e soprattutto non saperlo, perché tu non lo sapevi finché non è scoppiato del tutto questo virus.

Marco: cosa è cambiato? La mia vita è divisa proprio in due parti: prima della meningite e dopo la meningite. Come è cambiata non te lo so dire molto bene perché… Allora, la meningite ti fa questa cosa: ti azzera proprio il cervello in un certo modo, per cui i ricordi di prima ci sono, non è che non ci sono, un po’ sono spariti, però non ho coscienza delle cose che mi sono dimenticato. È proprio come quando riformatti il computer: il computer è sempre lui, però delle cose non ci sono più, sono cambiate. Non so se è meglio prima o è meglio dopo. In realtà la chiave dello spettacolo è nelle ultime due frasi, che sono questo riferimento al paradiso perduto, fa capire che, insomma, non sono così contento di aver avuto la meningite: perché avrei dovuto essere contento? Non si può essere contenti di aver avuto una roba così! Preferivo non avercela, ma veramente avrei preferito.

Marilena: come hai reagito quando ti sei reso conto che parte dei tuoi ricordi, parte del tuo vissuto non era più tuo o meglio non lo ricordavi più?

Marco: uno va avanti, non puoi fare niente, cioè sei qua e vai avanti.

Marilena: hai poi voluto saperlo da altri, quello che avevi dimenticato, ti è stato riraccontato da altri?

Marco: alcune cose sì.

Marilena: è brutto? Io sono anche nostalgica, però perdere parte del vissuto è brutto.

Marco: siccome c’è questo baratro tra il prima e il dopo, io al prima non ci sono neanche tanto legato. C’è proprio tanta distanza tra il prima e il dopo, non che sia tanto legato al dopo, però…

Marilina: come se fossi rinato…

Marco: (esitando) si…non lo so…un po’ sì, perché devi ricominciare a imparare a fare un po’ tutta una serie di cose. Cinque giorni di coma non sono niente, però la gente che rimane in coma tanto tanto tanto tempo se ne va a riprendersi. Voi pensate quando dormite 10 ore di fila, uno si sveglia che ha un balordone, un po’ più di là che di qua. Pensa che 24 ore per 5 sono stato proprio da un’altra parte e questa cosa me la porto dietro, continuo a portarmela dietro e non me la tiro mai più, quindi un pezzo di me è rimasto di là, non so cosa fosse questo pezzo, ma è rimasto di là. Speriamo sia un pezzo brutto!

Marilena: l’anno scorso sei stato qui con la “Ballata di Van Gogh” quest’anno invece hai portato “Anamnesi paramediche” e mi chiedevo: non sei riuscito a portare in scena questo spettacolo prima di adesso, perché hai dovuto rielaborare questa malattia, oppure è stata una scelta puramente casuale quella di non anticipare…

Marco: questo spettacolo in realtà l’ho scritto prima di “Van Gogh”. Questo spettacolo l’ho scritto nel 2007,“Van Gogh” l’ho scritto invece nel 2011. C’è stato bisogno di prendere un po’ di tempo, un anno e mezzo, prima di prendere distacco dall’argomento.

Michelangelo: il fatto che il cervello sembra si sia quasi resettato non ha influito minimamente sulla sua professione?

Marco: sulle mie capacità attoriali? Sono diventato più bravo. Non lo so se c’entra, forse un po’ più intelligente di com’ero prima, me lo dice gente che mi conosceva da prima da dopo.

Luciano: perché, questo episodio della salute della tua vita, decidi di farne un dramma? cioè di portarlo in scena? Ti intriga l’aspetto della sanità, di tutto quello che avviene nella sanità, oppure la tua esperienza portata in scena? L’argomento della salute (ecco è una sotto-domanda) è stimolante dal punto di vista teatrale?

Marco: è stimolante quando lo vivi in prima persona, credo, perché io non avrei mai potuto fare uno spettacolo su una persona malata, su questo argomento, se non l’avessi vissuto io in prima persona. Può essere un limite mio, però non ce la potrei mai fare. Quindi io lo trovo stimolante perché è capitato a me, perché ho fatto uno spettacolo su questo, perché non potevo non farlo essendo quello che faccio nella vita, fare spettacoli. Di base dovrebbe essere questo. Nel momento proprio in cui mi è capitata questa cosa o trovavo un modo per portarla in scena, oppure mi fermavo e non facevo neanche più teatro.

Marilù: la connessione logica tra Adamo ed Eva, mi sai dire qualche parola in più al riguardo?

Marco: ho detto “partiamo dall’inizio”, e questa qua è venuta proprio da un’improvvisazione che mi sono fatto io per i fatti miei. Io, i miei spettacoli me li provo in casa. Li scrivo, provo le scene, così, tra il divano e il tavolo della cucina e ho l’argomento in testa e: “ potrei metterci degli intermezzi di…, insomma, di storia della medicina, così….”. Adamo ed Eva gli ho scelti perché: prima di loro potevo partire? No parto da lì, la Genesi.

Marilù: sei partito proprio dal principio.

Marco: son partito da lì: è venuta così, in improvvisazione.

Alessandro: penso che il rapporto che si è creato tra la tua storia personale e la storia di Adamo ed Eva sia rimasto un po’ ambiguo, carente nelle connessioni. Prendere la storia di Adamo ed Eva significa inevitabilmente suggerire delle chiavi di lettura o di interpretazione, soprattutto se si mette accanto una storia in modo parallelo. Secondo me ci sono quindi tra la storia di Adamo ed Eva e la storia personale, delle connessioni che mancano, che non sono ben chiare, sono a volte degli echi o, non lo so, degli inviti, però non penso sia ben saldo il rapporto tra di loro, a livello metaforico, a livello allegorico. A parte questo, trovo che lo spettacolo sia scritto bene. Penso che rispetto a quello dell’anno scorso sia una scrittura più matura. Molto più interessante questo che parla di te stesso, della tua vita, rispetto a quello dell’anno scorso. Io non sapevo che tu l’avessi scritto prima. Pensavo di aver visto un miglioramento rispetto all’anno scorso, non che quello dell’anno scorso sia stato… non voglio dire brutto, ma questo è sicuramente migliore, per me, perché: più interessante, più coinvolgente, più pieno di stimoli, suggestioni.

Marco: la cosa di Adamo che non ci sono connessioni: è vero; non è approfondito questo tema di Adamo ed Eva, ma non volevo approfondire, fare il paragone su io e .. Il concetto è della caduta e del prima e del dopo la caduta: la consapevolezza di quello che c’era prima e di quello che c’è dopo. Quindi dopo che Adamo ed Eva hanno mangiato la mela sapevano tutto, però effettivamente non erano così contenti. Io uguale: dopo la meningite ho imparato un sacco di cose, però sarei stato meglio a non sapere. Però ora va avanti così. Qua c’è il parallelo, non va più in là di così. Invece rispetto a “Van Gogh”: è vero; è più un divertissement. Io gli spettacoli ho l’idea poi li sviluppo e poi vengono fuori. Non è che c’ho un programma di come viene lo spettacolo così e parla di questo, perché, essendo che nascono facendoli, mettendoli, provandoli poi prendono vie che io non ce la faccio a seguirli bene come dovrebbero, quindi sono abbastanza dei mostri che si muovono per i fatti loro. Per cui “Van Gogh” è venuto un po’ così, a cartone animato, non è tanto profondo. Lo so, però sai quando hai un figlio che ti viene un po’ scemino…, gli vuoi bene uguale! “Anamnesi” essendo che toccava corde più profonde è venuto poi più profondo.

Lavinia: questa esperienza che hai avuto, sembra essere stata quasi duplice: da una parte c’è l’approccio del malato, sensitivo che è quello che serve, la chiave che tutti dovrebbero avere, dall’altra c’è questa leva che non ho ancora capito bene come ha influito. E’ successivo alla tua esperienza, ha un approccio non più sensitivo, ma più pedante, nel senso di andare a cercare cosa ha scatenato la tua malattia. Poi alla fine se non si hanno delle basi, un sintomo è uguale all’altro come hai messo in evidenza tu, ironicamente, una persona che non ne capisce poi diventa quasi ipocondriaco che vede malattie dappertutto, macchie dappertutto  proprio perché non si ha l’occhio che vede ciò che conosce: quindi se non conosci la malattia ti confondi solamente. E questo è l’approccio che purtroppo hanno molte persone, che non è quello di sentire, un approccio sensitivo così da permettere un’anamnesi accurata da parte del medico e quindi riconoscere subito di che malattia si tratta, ma invece è quello conoscitivo, cioè quello di andare su internet, vedere tutti i sintomi così o magari spaventarsi per una macchiolina rossa o leggendo tutti i bugiardini dei farmaci….. Vorrei un po’ capire quest’altro approccio.

Marco: allora tu hai fatto troppi voli pindarici. La signora Lea è un semplice, banalissimo pretesto scenico. Perché? Perché se fai uno spettacolo che parla della meningite due parole sulla meningite insomma bisogna dirle.

Lavinia: ma proprio due! (ride)

Marco: ma perché: che palle! Allora in una primissima versione dello spettacolo c’era questa parte qua e io la leggevo e basta, e la gente si addormentava. Allora mi era venuto in mente che c’era questa signora Lea. Io l’avevo conosciuta in una situazione in cui lei veniva sempre e faceva delle letture (su degli argomenti di cui non fregava assolutamente a nessuno) per ore, ore e ore: esattamente quello che fa qua la Signora Lea. Allora ho detto: “facciamo questa signora, facciamo farea questo personaggio, questo intervento della cosa pedante”.

Lavinia: proprio l’incarnazione della pesantezza.

Marco: la signora Lea è: l’incarnazione della pesantezza.

 

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resistenze012LETTERA di MARCO LUCIANO 

“Cari amici, colleghi, compagni di viaggio, 

è con grosso dispiacere e con immenso rammarico che vi scrivo per comunicarvi la sospensione de“L’INDISPENSABILE” rassegna permanente del teatro indipendente, giunta alla terza edizione quest’anno.
Premesso che oltre ad una comunicazione tecnica questa vuole essere anche un invito collettivo alla riflessione, alla discussione e al confronto magari.
Ci siamo interrogati a lungo, a lungo abbiamo valutato ogni possibilità, abbiamo tenuto duro, lottato perchè ciò non accadesse, ma purtroppo le condizioni politiche e culturali,  riguardo il contesto sociologico e artistico napoletano ci hanno indotto ad effettuare questa scelta con grossa coscienza.
In questo  momento storico-culturale all’insegna del “si salvi chi può” abbiamo sentito la necessità di tutelare noi stessi e il nostro lavoro.
Ovunque aprono spazi sull’onda del Valle, Macao, Ex Asilo Filangieri, spazi occupati che in apparenza e come maschera dichiarano di voler tutelare e dare nuovo vigore al nostro settore, attuando però una politica pesantemente in antitesi con tali presupposti. Offrono spettacoli (senza entrare nel merito artistico) gratuiti, gli artisti non vengono pagati in nome di un sostegno ad una lotta che noi francamente non respiriamo, non sentiamo, o che quanto meno riteniamo per modi e contenuti anacronistica, fuori luogo, aiutando a far si che si consolidi questa maledetta idea che gli operatori dello spettacolo sono “artisti”, e che quindi non vanno pagati;
offrono percorsi di formazione gratuiti diretti da benemeriti sconosciuti, svuotando i laboratori di chi invece ha fatto della pedagogia la sua ragione di vita e il proprio credo teatrale… tutto questo vi lasci immaginare la situazione economica in cui versa il teatro indipendente a napoli, ma crediamo in tutta italia.
Accanto a questa sconsiderata e incosciente politica dei “falsi amici”, l’altra politica, quella istituzionale cavalca la “balena” riempiendo le programmazioni comunali, almeno sulla carta e nelle delibere, di attività organizzate e realizzate all’interno di spazi occupati, questo è un pò paradossale no? …scaricando l’ennesimo barile, affinando ancora più l’arte della sordità e del mutismo, giocando a mosca cieca in un deserto metropolitano dove della cultura non vi è nemmeno la speranza…
Questi sono i motivi politici per cui L’INDISPENSABILE è diventato insostenibile, e di conseguenza avendo pochissimo pubblico anche quelli economici.
Se negli anni scorsi avevamo avuto mille difficoltà economiche e amministrative per portare avanti, anche grazie alla vostra disponibilità e passione, il nostro progetto, in questo panorama in cui ogni settimana vi è una smisurata offerta di spettacoli gratis,  è diventato impossibile per noi essere competitivi,  garantirvi pubblico e di conseguenza il seppur minimo compenso economico.
L’altro punto su cui ci siamo ricreduti è stata la proposta culturale che noi abbiamo lanciato 3 anni fa. Il nostro voleva essere un tentativo di dar vita insieme a tutti coloro che ci hanno sostenuto e che con noi hanno interagito e interscambiato esperienza e passione, un tentativo dicevo, di dar vita ad una rete indipendente e scevra dai/di meccanismi di produzione e distribuzione convenzionali. La ricerca di un’autonomia etica prima che economica e politica, e con tristezza ci troviamo oggi a fare i conti con il totale fallimento di questa proposta.
Abbiamo notato come l’atteggiamento di molti dei gruppi e delle compagnie incontrate sia innovativo nella forma e meno nella sostanza, di quanto sia invece radicata l’idea di un essere “off” per poi diventare “in”, senza il sogno di diventare qualcos’ “altro” dall’Off e dall’ In… ma di questo è inutile parlarne visto che delle proprie scelte artistiche, della propria vita ognuno ne è responsabile.
Cogliamo l’occasione per fare un’altra proposta: noi saremmo disposti ad impegnarci nell’organizzazione di un meeting tra giugno e luglio, occasione per incontrarci e discutere da vicino le problematiche che attraversano la nostra condizione di ricercatori, sognatori, operatori culturali.
Vi Chiediamo ancora di perdonarci per non riuscire a mantenere la parola data.
responsabili per ogni eventuale disagio.
un caro saluto

Marco Luciano
Area Ricerche Teatrali Indipendenti “

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resistenze0127° CONFRONTO POST-SPETTACOLO 

con Massimo Zaccaria
su “La cisterna” di Salvatore Arena
presentato da “Mana Chuma Teatro” di Reggio Calabria
interpretato e diretto da Massimo Zaccaria

 

“Prima di raccontare mi chiedo perché scelgo di raccontare questa storia e non un’altra? Pinuccio anni addietro lavorava in una rimessa lavaggio. Un compagno cade dentro la cisterna al cui interno ci sono vapori di zolfo, non ha scampo così come non hanno scapo gli altri tre suoi compagni intervenuti per aiutarlo. Un Giufà pugliese contro voglia, suo malgrado. Chi è Pinuccio, cosa vuole? Vuole che il nastro del tempo si riavvolga, vuole cancellare dalla sua testa il ricordo, il senso di colpa per la morte dei suoi amici. Vorrebbe entrare nella cisterna e salvare tutti.” ( Dalla presentazione dell’autore)

 

Massimo: mi è stato chiesto da parte di Francesco di confrontarmi dopo lo spettacolo e mi sembra una cosa molto giusta confrontarsi e ascoltare i pareri di chi è di fronte,  perché il pubblico fa da testimone a ciò che sta osservando.

Angela: volevo sapere da dove nasce la scelta di questa storia che abbiamo sentito ai telegiornali. Ha avuto a che fare con i protagonisti, chi è sopravvissuto, di questa storia?

Massimo: innanzi tutto l’idea dello spettacolo, di parlare di incidenti sul lavoro, è nata davanti a un’impalcatura a Lecce con Salvo, e Salvo mi dice: “ascolta, guarda questa impalcatura: c’è una rete verde bucata, cosa ti rappresenta?” Mi rappresenta, gli rispondo in modo molto banale e generale, il mondo del lavoro. “Sì il mondo del lavoro. Ma questa impalcatura e questa rete bucata a me rappresentano che manca la sicurezza sul lavoro e un operaio può cadere, inciampare farsi male o addirittura morire.” È una tematica interessante. Per trattare le morti, in generale, bisogna andare sempre in punta di piedi. Perciò gli ho chiesto di farmi riflettere, di pensarci. Poi siccome volevo partecipare al Premio Scenario, edizione 2009: senti Salvo io ci ho riflettuto: ok. Voglio parlare delle morti sul lavoro! Ho cominciato ad intervistare tutte le categorie degli operai, tutte: dall’operatore ecologico, al fabbro, all’autista…, insomma qualsiasi categoria di lavoro. Inizialmente noi ci stavamo basando su un altro tipo di storia: non eravamo ancora convinti che cosa raccontare delle morti sul lavoro. Finché il 3 di marzo 2008 accade questa maledetta tragedia. Mi arriva un messaggio da Salvo (era di mattina me lo ricordo benissimo) che fa: “vai immediatamente a comprare Repubblica e vedi cosa c’è sulla prima pagina.” Corro prendo Repubblica e vedo: 4 operai morti (non erano ancora 5, perché l’altro era ancora in coma, erano 4 operai morti, il quinto morì il giorno dopo). La storia è questa da raccontare, raccontiamo la tragedia della Truck Center di Molfetta e da lì abbiamo avuto la base per iniziare a lavorare. Il personaggio che avete visto, Pinuccio Mazzarri non è altro che un personaggio inventato, perché comunque la scrittura de “La cisterna” si è ispirata alla tragedia della Truck Center di Molfetta e il sesto sopravvissuto sarebbe quello che racconta.Quello che si è salvato, l’ho intervistato, non si fece vedere dalle telecamere e diceva di nascosto: io ho paura, io ho para. E da lì abbiamo capito che comunque gli è mancato il coraggio ad intervenire. Però il messaggio principale di questo spettacolo è: se fossi stato al posto suo che cosa avrei fatto? Sarei intervenuto a salvare gli altri miei compagni o no? Questo spettacolo oltre a denunciare le morti sul lavoro, parla anche di precariato non solo materiale ma anche sentimentale. Un uomo che vede morire i suoi compagni sul lavoro e che non è intervenuto per paura, dopo non è più lucido, non dorme più la notte, perde la cognizione del tempo, perché comunque hai quella immagine davanti sempre costante, notte e giorno. Quindi siamo partiti con lui che si è inventato una malattia al braccio ma è bugia, è semplicemente un dolore dentro, e quindi che fa? Impazzisce, tutti lo pigliano in giro. L’unica cosa che ha per liberarsi da questo male è l’attesa del Santo: San Nicola, che gli fa il miracolo. Ma San Nicola non gli fa il miracolo, se ne va. Quindi alla fine cosa serve per liberarsi da questo male? Raccontare la verità: che sono stato un vigliacco e che ho avuto paura di salvare i miei colleghi.

Emilio: ho capito che tu hai fatto pressione su questo personaggio che effettivamente si trovava in un momento molto delicato, però secondo me non è il caso di prendersela con una persona che magari dopo tutto può fallire. Cioè il vero problema è il precariato sul lavoro o le infrastrutture che mancano e non garantiscono la sicurezza dovuta. Però credo che la domanda non debba essere per forza che cosa avresti fatto tu al posto suo perché come esseri umani siamo tutti capaci di sbagliare… Poi anche la nube tossica che fuoriesce improvvisamente da una cisterna è comunque  un evento molto spaventoso, molto allarmante. Insomma è facile che una persona vada in crisi. Però ciò nonostante ho apprezzato molto lo spettacolo. Ho notato anche che nella prima parte le tematiche sono anche un po’ diverse, tant’è che mi ero immaginato una morale diversa perché all’inizio ho visto una persona che, certo, è schiava (si scopre dopo che è schiava del rammarico, dei rancori di ciò che è successo), però effettivamente è resa schiava da tutta una serie di situazioni: famigliare, sociale, di lavoro. Addirittura quest’uomo si illude di lavorare in un parcheggio, giusto?

Massimo: racconta che ha lavorato nel parcheggio: è stato il suo primo mestiere.

Emilio: io forse non ho capito bene la linea temporale degli eventi. Credevo di aver capito che quest’uomo “lavorasse”…

Massimo: parla del suo passato.

Emilio: è passato, quindi è precedente all’evento della cisterna?

Massimo: lui è in una piazza.

Emilio: sta raccontando che ha lavorato anche in un parcheggio, però effettivamente contare le automobili non è proprio un lavoro.

Massimo: allora leggiti il libro: “ Cento lavori orrendi” in Inghilterra!

Emilio: ah esiste veramente?

Massimo : esiste veramente.

Emilio: io ho pensato una cosa completamente diversa, cioè che quest’uomo fosse in una situazione di squilibrio tanto da impazzire. Comunque un lavoro molto umile, molto semplice, molto sguarnito di difese anche in caso di crisi.

Massimo: ci piace mettere la fragilità.

Emilio: mi sento in qualche modo di non colpevolizzare questa persona. Tutto qua. Io per esempio se fossi stato al suo posto, non so cosa avrei fatto, però non mi sembra scontato rispondere, cioè è una situazione critica.

Massimo: è una domanda o una considerazione?

Emilio: no, è una considerazione.

Massimo: quindi non c’è bisogno di risposta.

Emilio: non è ovvio diciamo dire: “avrei fatto bene, avrei fatto male”. E’ una situazione più da compatire che una in cui c’è da immedesimarsi, secondo me.

Lavinia: io credo di aver capito che la salvezza di quest’uomo sta appunto nel confessare la verità; però è anche vero che quest’uomo, per tanto tempo, ha cercato di omettere, nascondere la verità. Poi sommando questo dolore, sul braccio, proiettando questo dolore su qualcosa di fisico, piuttosto che spirituale, anche se la coscienza comunque lo addolorava. Io non capisco perché e quando lui ha deciso di confessare a se stesso la verità. Come l’hai vissuta?

Massimo: hai visto gli insulti della piazza mi dicono “e dai, racconta come hai perso il braccio, è inutile che ci pigli in giro che sei stato sulla barca che guidavi il camion, basta”: alla fine lui non ce la fa più. La gente, la gente della “piazza”, lo sa che finge, però si diverte a prenderlo in giro: è il Giufà cretino del paese. In qualsiasi paese penso, città, luogo, troviamo questo soggetto che la gente piglia in giro, un Giufà pugliese: “divertiamoci, dai, balla, fammi vedere come balli,” perché se ne approfitta di uno che è fragile. Ci piace mettere la fragilità in scena: noi abbiamo raccontato la fragilità dell’uomo. Siamo tutti fragili. Ecco perché poi si mangia il panino, lo sputa e dice “ora vi racconta come ho perso il braccio”, è la metafora, il braccio, per qualcosa che sta dentro. Ce l’ho sempre qui allo stomaco e non riesco a buttarlo.Sì io ho sentito che è accaduta quella tragedia, mi faccio la mia idea, però è più interessante sentire chi l’ha vissuta. In questo caso la nostra storia racconta che cosa è successo veramente quel giorno.

Lavinia: quindi è come se avesse scoperchiato tutte le difese che si era creato.

Massimo: certo, è abbattere i muri, liberarti della maschera che hai. È un po’ come andare a teatro, no? Salire sul palcoscenico prima o poi questa maschera che ci costruiamo nella quotidianità bisogna buttarla ed ecco perché bisogna lavorare sulle fragilità, denudarle, denudarsi; non avere paura, timore di essere giudicato, sospendere il giudizio. Quindi bisogna dire “ok, ammetto che questi sono i miei difetti” ecco. Questo è quanto.

Lavinia: ho capito quale è stato il passaggio: si è reso conto che era tutta una presa in giro, sapeva che la gente sapeva.

Massimo: sì, però voglio dire che “tanto è il cretino, facciamolo raccontare” in effetti la sua follia si vede anche nella gestualità (abbiamo lavorato su ogni punto dello spettacolo, ogni virgola dello spettacolo, gesto, corpo). Ecco la prima cosa da cui siamo partiti è il corpo: com’è il mio corpo rispetto a questa situazione? È un classico personaggio beckettiano,ecco, classico per eccellenza.

Francesca: dal punto vista scenografico, la scelta di questi tre elementi del colore bianco, ha un significato particolare oppure no? Rappresenta la piazza punto e basta?

Massimo: hai fatto una domanda molto interessante. Io giro senza scenografia. Il mio è un teatro immediato. Stasera è capitato il bianco. Domani farò un’altra replica: non so se avrò le tre sedie marroni o…Perché il nostro è un teatro chiamiamolo povero, perché non abbiamo furgoni, non abbiamo nulla, viaggio da solo. Inizialmente l’idea di Salvo era di mettere la cosa delle feste patronali, coi lumini, la finestra, lo scalino in fondo più grande, la sedia, lo sgabello, insomma tutto ciò che riguarda la piazza. Oggi hai visto le tre sedie bianche per caso, perché Francesco ha detto “io questo ho!”. Bene mettiamole. Domani non lo so. Ci piacerebbe avere un furgone, andare in giro con la scenografia, ma quando un giorno si decideranno a sostenerci, allora sì. Ma purtroppo il nostro teatro è questo: basta poco per poter raccontare. Comunque è interessante la domanda che hai fatto, perché sì, ti fa capire che tipo di teatro facciamo , sì,  teatro immediato, si chiama teatro immediato,questo.

Alessandro: ho trovato molto interessante la prospettiva che tu hai scelto per raccontare questa storia.

Massimo: scusami ti interrompo subito. La prospettiva è di Salvatore Arena. Testo e regia sono di Salvatore Arena. Io faccio solo l’attore narrante, ci tengo a precisare, perché sembra che me la sono vista solo io, invece no, c’è stato un regista e autore che ha curato tutto quanto.

Alessandro: è interessante la prospettiva considerata, per raccontare questa storia. Alla fine il fatto in sé della tragedia, dal punto di vista sociale, politico, è stata affrontata in un modo originale perché ci hai presentato la storia del personaggio nella sua quotidianità, in quel che è, nel linguaggio che ho trovato molto funzionale, questa lingua viva, della persona, della gestualità, delle sue storie.

Massimo: è il lavoro dell’attore.

Alessandro: ho trovato molto interessante questa operazione, perché ci rende più consapevoli della realtà di questo fatto: ci è più vicino. Anziché prenderla in un’altra maniera, più complessa, più articolata da un altro punto di vista, più tragico, invece questa linea di quotidianità, di comicità addirittura a volte, questa lingua volgare, ci calano nel personaggio, nella sua essenza, nella sua storia più intimamente, si crea un’intimità. E quindi questo finale che arriva è più nostro. Poi volevo far notare che una cosa che secondo me non funziona completamente è l’andatura, soprattutto del centro dello spettacolo, perché a volte vedo che ci sono dei meccanismi che si ripetono molte volte: della narrazione, del ricordo di qualche cosa o del gioco tra persona che non c’è e persona che c’è. A volte c’è una specie di ridondanza su questo. Volevo fare questa nota. Però è uno spettacolo che ho apprezzato molto per la sua onestà, per la sua reale esigenza di dire qualcosa, di mostrarci qualcosa che sia utile alle persone e alla storia.

Massimo: se scegliamo di raccontare è perché sentiamo il bisogno e la necessità innanzi tutto, perché se non hai bisogno e necessità: non raccontare. Quindi la prima regola è sentire il bisogno e la necessità. Ti rispondo subito sul fatto del ridondante della ripetizione: quando tu vivi nell’attesa e c’hai dei personaggi, degli animali, quelli che siano, vivi nella quotidianità: dico “dai non fare e lo rifà”. È voluto apposta, drammaturgico, è stato fatto apposta. Non mi voglio giustificare, per carità, ognuno ha i suoi pareri. Ma è una cosa voluta apposta perché tu vivi l’attesa che arrivi una persona, il santo. Nell’attesa può accadere tutto, possono anche ripetersi delle cose. Cosa è per noi l’attesa? C’è stato questo.

Giuliana: da quello che lei ha detto, la mia è un’osservazione e anche una domanda. Sembrerebbe che lo squilibrio mentale di Pinuccio sia stato causato da un senso di colpa o da un rimorso per non aver aiutato i suoi compagni, per non aver avuto questo coraggio. Ma la mia impressione invece è che Pinuccio abbia paura del lavoro, non di quel lavoro, ma di tutti i lavori: di lavoro come causa di morte. Lui finge di essere un invalido, la mia impressione è che lo faccia per evitare nuovamente quel mondo. Questa è una mia impressione.

Massimo: per carità, nulla da censurare, è un’osservazione, un’impressione: ognuno si fa il suo film, ognuno la vede a modo suo ed è giusto che sia così.

Paolo: in qualche momento tu riesci a percepire questo racconto in tempo reale, poi si distacca verso la fine e c’è la piazza e il racconto, però trattandosi di un monologo a tre voci, più voci…

Massimo: più voci.

Paolo: più voci, sì adesso no riesco ad individuare bene il numero di personaggi; questa impostazione realista va un po’ a perdere e quindi può diventare abbastanza tedioso per lo spettatore, questa ridondanza di cui parlava Alessandro prima. Tuttavia vorrei dei chiarimenti soprattutto dal punto di vista estetico: del panino. Quando tu mangi il panino e lo rigetti è come se …

Massimo: ti stai rispondendo da solo, lo rigetto.

Paolo: c’è qualcosa di…cosa succede al panino?

Massimo: il panino è l’unico pranzo durante la giornata.

Paolo: e perché non riesci a mangiarlo?

Massimo: perché mi rimane in gola, lo butto, lo vomito, perché adesso racconto la verità.

Paolo: ah, sempre per quella proiezione fisica

Massimo eh certo!

Paolo: poi tu inizi lo spettacolo come lo finisci, nello stesso modo, io vorrei capire…

Massimo: non ti sto capendo io, scusami…

Paolo: inizia con un borbottare…

Massimo: certo perché lui ha questa immagine della morte dei cinque, ed è come riavvolgere un nastro indietro. Cosa vuole Pinuccio? Riavvolgere indietro il nastro della storia. Quindi parte riavvolgendo il nastro e partendo dalle basi, per arrivare, grado per grado, grado per grado…inizialmente lo spettatore dice “ma che stai dicendo, che mi stai raccontando? Io sono venuto qui per sentire le morti sul lavoro che me ne frega della signora Maria…”: e il teatro è fatto di sorprese. Questo da un punto di vista drammaturgico.

Paolo: a me ha colpito molto questo…

Massimo: la sorpresa?

Paolo: no il fatto che il personaggio dice ad un certo punto “mi sveglio, non è cambiato niente” e alla fine dello spettacolo il protagonista chiude la rappresentazione come l’ha iniziata. Quindi non è cambiato nulla anche dopo la confessione.

Massimo: come non è cambiato nulla?

Paolo: perché si chiude nella stessa maniera in cui è iniziata. Non è cambiato niente in lui, vuol dire che lui non né libero adesso?

Massimo: è libero ora…per me è libero. Una volta che hai detto la verità che cos’altro vuoi dire più?

 

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