
Di seguito pubblichiamo il programma delle esibizioni finali degli allievi della Scuola delle Arti della Comunicazione del Teatro delle Molliche.
PROGRAMMA
22 maggio prima replica ore 19,00 / seconda replica ore 21,00
NO PIGS – 2a lezione
con Graziana Bucci, Marilù Cavallo, Davide Labartino,
Valeria Menduni, Dalila Morgese, Celeste Quercia,
Federico Rutigliano
12 giugno ore 20,30
Monologhi di Shakespeare
con Monica Bisceglia, Benedetto Cassano,
Domenico Dell’Olio, Lorenza Fabiano,
Marianna Montingelli, Milena Napolitano,
Noemi Quercia, Valeria Tamborra,
Eleonora Tricarico
18 giugno ore 21,00
Scene da Goldoni e Pirandello
con Giuseppe Cappelluti, Sara Fiore,
Simonetta Guidotti, Irene Mintrone,
Daniele Ventrella
19 giugno prima replica ore 18,30 / seconda replica ore 21,00
Tartuffo di Moliere
con Alessia Arcadite, Lavinia Capogna,
Alessandro De Benedittis, Alessandro Maino,
Stefan Victor Pirnus, Paolo Strippoli
L’ingresso alle esibizioni del 22 maggio 12 e 18 giugno è gratuito. L’ingresso alle esibizioni del 19 giugno è con contributo di €.4,00 per gli allievi della scuola e di €.6,00 per gli ospiti.
PER QUESTIONI ORGANIZZATIVE, SIPREGA COMUNICARE LA PROPRIA PARTECIPAZIONE VIA E-MAIL ALL’INDIRIZZO teatrodellemolliche@libero.it
SCUOLA DELLE ARTI DELLA COMUNICAZIONE del TEATRO DELLE MOLLICHE
Via Ruvo 32 – Corato (Ba) · T. 3384234106


Ringrazio Danilo e Alessandro più per le critiche che per i complimenti perché le prime sicuramente mi saranno utili per affrontare il terzo anno con ancor più consapevolezza.
Penso che aver interpretato anche le scene di Pirandello, seppur imprecise e monotone come mi spiace abbia detto Alessandro, abbia permesso a me e a Daniele uno studio ancor maggiore sulla parola, sul suono e sulla relazione tra i personaggi e con le scene, scene ben diverse rispetto a quelle di Goldoni mostratesi al pubblico più piacevoli e talvolta divertenti.
Quanto agli allievi del terzo anno, ormai diplomati, non posso che complimentarmi per la performance di domenica scorsa.
Ho visto entrambe le repliche di “Tartuffo” di Moliere e nella seconda, più che nella prima, ho piacevolmente riscontrato energia e precisione.
Ho apprezzato in particolar modo Alessandro D. e Stefan che si sono dimostrati capaci e versatili.
Tutto piuttosto positivo, mi stupisce, però, che allievi del terzo anno, ormai diplomati (ripeto), possano ancora permettersi strafalcioni di dizione ai quali ho assistito.
Mi auguro che per tutti, finito questo percorso, ne cominci un altro teso al teatro, ricco di impegno e soddisfazione.
Simonetta.
Ti ringrazio per la tua partecipazione e per aver risposto.
Rispetto a quanto detto ho solo da correggere un punto della mia critica, precisando che, secondo me, sia le scene goldoniane che quelle pirandelliane, con le loro differenze sia di contenuto che di esecuzione, alternando entrambe momenti di efficacia scenica e altri di imprecisione, hanno avuto lo stesso rendimento di resa( e non che quelle goldoniane abbiano dato risultati migliori delle altre); rimanendo del parere che comunque quella di Sara Fiore ha dato i risultati più brillanti.
A presto
Alessandro.
Sabato sera è toccato agli allievi del secondo portare in scena il risultato del loro studio. Ero molto curioso perché non avevo ancora assistito a questo tipo di esibizione finale( cioè presentare scene singole), dato che i due anni precedenti hanno visto al secondo anno come esibizione finale la rappresentazione di un’intera drammaturgia.
La loro prova nel complesso è ben riuscita dando dei buoni risultati. Per quanto riguarda le scene in sé penso che il lavoro scenico condotto meglio e più coerente con la scelta della scena e il suo contenuto sia stato quello della scena goldoniana di Sara Fiore e in generale le scene goldoniane sono quelle che hanno dato risultati migliori; mentre le altre a volte alternavano momenti di efficacia scenica e altri di imprecisione e a volte di monotonia.
Vorrei anche analizzare il lavoro degli allievi singolarmente per poter offrire loro un confronto critico col quale poter crescere.
La prova che mi ha convinto meno è stata quella di Irene Mintrone, la quale ha ancora diverse carenza tecniche specialmente nella dizione e nella voce, tale da non rendere sempre chiare e comprensibili le battute recitate; per quanto riguarda la gestione dello spazio nell’azione scenica alcune volte ha offerto soluzioni interessanti ed efficaci, anche se spesso non del tutto precise. Giuseppe Cappelluti nella sua timidezza ha condotto una timida ma intensa ricerca attoriale che ha dato risultati interessanti comunicando qualcosa di sé stesso al pubblico. Il difetto della sua timidezza però sta nel fatto che spesso lo blocca nella relazione diretta con l’altro attore e quindi a livello dell’azione scenica rischia di lasciare impreciso il rapporto tra i personaggi portati in scena.
Daniele Ventrella ha condotto una buona prova nonostante fosse la più faticosa( ha partecipato a tutte le scene). La sua prova ha sofferto di alti e bassi, bassi causati spesso dalla dispersione di energia per un utilizzo sporco del gesto e della gestione dello spazio, e a volte da imprecise o indecifrabili relazioni con l’altro attore, come nel caso della terza scena; portando tuttavia sempre una proposta meritevole di attenzione. Sara Fiore ha portato in scena un attimo studio dimostrando di avere buona presenza scenica relazionandosi bene con gli altri attori attraverso la chiarezza nelle intenzioni ben espresse specialmente dall’uso del corpo. La sua prova sarebbe stata migliore se fosse stata corroborata da uno studio più preciso della dizione e della voce. Infine Simonetta Guidotti è certamente eccelsa tecnicamente rispetto agli altri mostrando di avere un sicuro possesso della dizione della potenzialità vocaliche, e anche nel corretto uso degli spazi scenici. L’unica cosa che è mancata alla sua performance è una maturazione scenica che spesso ha reso i suo gesti e la sua azione quasi meccanica e non vissuta. Tuttavia penso che questa maturazione sia soprattutto frutto del tempo e con il suo bagaglio tecnico potrà dare risultati di grande livello in futuro.
Penso che in ogni caso la prova nel suo complesso abbia dato soddisfazione specialmente agli allievi che sono riusciti a sostenere la difficoltà di creare attenzione nel pubblico considerando la tipologia della proposta portando in scena un lavoro più che dignitoso. Penso che tutti gli allievi abbiano buone potenzialità( sia chi le ha utilizzate al meglio sia chi no) rispetto al lavoro fatto, per continuare sempre meglio nel loro percorso e affrontare e concludere il terzo anno di studi nel modo migliore e spero che la mia analisi possa esser loro d’aiuto.
a presto,
Alessandro De Benedittis.
Vorrei prima di tutto congratularmi con gli allievi del secondo e del terzo anno della Scuola delle Arti della Comunicazione, perché hanno potuto e voluto portare a termine un percorso assolutamente non facile, ognuno con le proprie possibilità ed energie. Affrontare seriamente, coraggiosamente ed umilmente una sfida come quella del “teatro” cambia profondamente il proprio punto di vista su tante, tantissime cose.
Ho assistito piacevolmente all’esibizione/studio degli allievi del secondo anno e, seppur meravigliato dalla totale diversità della messa in scena rispetto a quella dei rispettivi secondi anni precedenti, ho riscontrato la volontà di approfondire i temi di studio. Tutti gli allievi che si sono esibiti mi hanno convinto sufficientemente per la voce, la presenza scenica e la relazione con la scena (tema di studio principale di quest’anno), mentre sono di diverso avviso riguardo la relazione tra i personaggi in scena. Difatti alcune relazioni hanno funzionato molto bene, altre meno. Spero che questi allievi siano pronti per affrontare il terzo anno, ma credo che debbano lavorare sodo per raggiungere buoni obiettivi.
Per gli allievi del terzo anno la storia è stata diversa. Si capiva dall’anno precedente che il gruppo era maturo per stare in scena con buona disinvoltura. Quest’anno lo hanno confermato cimentandosi con un “Tartufo” di Molière sui generis, più moderno ed attuale, ma sempre pungente, irriverente e divertente (come nelle intenzioni del commediografo francese). Scene scarne e prive di fronzoli (carta da parati, un tappeto, una sedia, un tavolo) e abiti di scena borghesi (a sottolineare l’operazione di ammodernamento dell’opera), hanno caratterizzato questa messa in scena.
Alessia, Stefan, Lavinia, Paolo, Alessandro M. e Alessandro D. sono stati tutti veramente bravi; qualche sbavatura c’è stata, ma errori banali che non hanno diminuito la complessiva validità dell’esibizione. Mi piace sottolineare la buona impressione che mi hanno suscitato gli allievi De Benedittis, Capogna e Pirnus, grazie anche ai ruoli interpretati e con cui hanno “giocato” molto bene. Tutti hanno concluso il percorso nel migliore dei modi.
Non so se nelle intenzioni di qualcuno di loro (o tutti) c’è la strada della “carriera professionale”, o se continueranno a gravitare attorno al teatro come tanti appassionati fanno, ma, comunque sia, l’augurio per tutti è di fare di questo “pezzo di esistenza” un componente “essenziale” nel puzzle della propria vita.
Danilo Macina
Penso sia opportuno che anche io, allieva del secondo anno, mi esprima circa l’esibizione sui Monologhi di Shakespeare. Tendo a non espormi su argomenti in cui non sono ferrata, ma, avendo già svolto il primo anno e avendo io stessa messo mano sui monologhi e sperimentato il processo tecnico e intellettuale, vorrei cimentarmi in una critica. Innanzitutto vorrei evitare di essere analitica, non mi sento io stessa nella condizioni di dire per ciascuno degli allievi-attori cosa debbano migliorare, accusandoli di scarso studio. La riuscita di un’esibizione è pur sempre frutto di un fortuito caso ed io non me la sento di additare nessuno per poco impegno dal momento che non ho seguito il loro percorso. La mia critica sarà meno feconda per la crescita rispetto alle altre due, ma m’interessa relativamente. Chiusa questa parentesi, vorrei esprimere un consiglio che forse si figurerà più come una perplessità personale. La scelta, da parte di più d’uno di voi, dello stesso monologo ha portato sicuramente a fare paragoni e comparazioni: è quindi una cosa che io sconsiglio. Vi è, a parer mio, da parte del pubblico, una maggiore attenzione non alla performance in sé, ma rispetto alla gemella. O, almeno, io ho risentito fortemente di ciò. Anche nei Monologhi dell’anno scorso si verificò una situazione simile: vi furono tre allieve che portarono in scena lo stesso testo. Seguendo lo studio da loro “collega” mi sembrò molto edificante una situazione del genere, dal punto di vista del pubblico lo è un po’ meno. Ora, devo convenire con Alessandro e Simonetta che l’esibizione di Noemi Quercia sia stata efficace nella comunicazione e coerente. Gli oggetti erano senza dubbio di grande aiuto, ma bisogna apprezzare l’uso intelligente che ne ha fatto, che è parso carente di praticità nelle altre. Efficace è stato anche, a parer mio, l’esibizione di Valeria Tamborra, seppur più flebile di quella di Noemi, che ha portato lo stesso testo (l’ho detto che sono avvezza al paragone). L’uso dell’oggetto l’ho trovato più coerente con il messaggio che con il contesto. Interessante è stato lo studio che ha portato in scena Domenico Dell’Olio, ricco di variazioni di tono e volume e di dinamicità. Mi ha colpito meno (scusate ancora il paragone) quello di Benedetto Cassano, a parer mio troppo statico per un dissidio interiore quale quello di Amleto. Devo essere sincera: ho fatto fatica a mantenere l’attenzione sugli altri tre. La staticità (non solo motoria) non ha certamente aiutato.
A cosa è servita la mia scarna critica dal momento che l’intento non era quello di giudicare la preparazione? Scusate l’egoismo, ma è servita principalmente a me, per riuscire a capire cosa si vede, dopo averlo già fatto e probabilmente riuscire a migliorare negli ultimi momenti di questo anno di formazione teatrale. Buono studio a tutti voi.
Sara Fiore
Le critiche servono a tutti, sono dei momenti di crescita sia per chi le esercita che per chi le riceve, quindi sono sempre qualcosa di buono nel momento in cui vengono fatte con onestà
Cara Valeria, accetto di buon grado la tua risposta alla mia critica, almeno per quanto concerne la tua performance, tuttavia mi sembra abbastanza ridicolo avere la così grande pretesa di rivendicare l’umanità che ognuno di voi ha portato in scena, pretesa assolutamente ingiustificata e poco umile rispetto al vostro lavoro.
Se l’umanità per te sta nella profondità di alcuni testi shakespeariani che sono stati da voi rappresentati ebbene possono essere d’accordo sul fatto che Shakespeare abbia scritto opere molto interessanti e belle, ma non che voi abbiate portato in scena l’umanità di ciascuno di voi, come tu dici. Il compito della mia critica è quello di farvi notare le cose che secondo me non sono andate nella vostra prova e non penso che il vostro sia di rispondermi che invece siete stati praticamente grandi artisti perché avete portato l’umanità in scena.
Poi rispetto al tuo lavoro non capisco perché tu usi un linguaggio criptico e in quasi in codice per spiegare delle mancanze, quasi per giustifica la mia critica rispetto al tuo lavoro, adducendo come motivazioni difficoltà relazionali e di comprensione con il Maestro, ecc…
Io ti auguro certamente una crescita rispetto al tuo percorso all’interno della scuola, e in funzione di questo auspicio ho fatto la mia critica.
Caro Benedetto, apprezzo la tua sincerità ma, mi dispiace, non ho scelto io di basare lo studio del monologo shakespeariano sullo sguardo e sul gesto, quindi se lo ritieni molto molto riduttivo ti consiglio di confrontarti col Maestro su questo punto. Se per te “il bello del Teatro è guardare un’esibizione da perfetti non intenditori in materia” ti voglio chiedere allora perché hai deciso di rendertelo brutto frequentando la Scuola: infatti frequentandola rischi di diventare intenditore anche tu, sta attento. Noto con piacere inoltre che nonostante, come tu dici io dovrei avere, “un bagaglio teatrale più ampio rispetto al tuo”, tuttavia tu vai di gran lunga oltre e conosci tutta la storia del teatro (evidentemente da intenditore) se riesci ad affermare con tanta sicurezza che “Essere o Non Essere” è il monologo più difficile della storia del Teatro. Penso che sia un giudizio superficiale e certo non giustifica la mia critica rispetto al tuo lavoro.
La tua risposta è stata assolutamente legittima e assolutamente poco seria per tanti versi.
Sono contento tuttavia della tua nobile intenzione di lavorare duramente e intensamente per diventare GRANDE… certamente non me ne dimenticherò .
A presto, Valeria e Benedetto,
Alessandro De Benedittis
Beh, premettendo che il fatto che il mio linguaggio appaia criptico solo a chi non riesce a comprenderlo non lo rende criptico in sè. Ognuno ha un propio modo di esprimersi con le parole, poi l’incomunicabilità di fondo esistente tra gli esseri umani è parte integrante della nostra esistenza, per cui credo che dovremo arrenderci a ciò.
In ogni caso, non ho parlato di incomprensioni con il Maestro, ma di adattamento fra 2 esseri umani che cominciano a conoscersi, questo non è stato da me sottolineato per una forma di giustificazione, ma per una schietta espressione delle difficoltà che io, personalmente, ho trovato all’inizio.
In secondo luogo, non ho evocato nessuna GRANDE umanità, ma semplicemente la MIA umanità che ho portato in scena. Se a te non è arrivato niente, credo questo faccia sempre parte della fondamentale incomunicabilità tra gli esseri umani e credo anche sia una questione di sensibilità. Certamente, se sei stato così attento a cogliere le falle tecniche, non ti saranno rimaste, quella sera, risorse cognitive necessarie per cogliere il senso di fondo. Sono la prima a reputare di aver fatto mediamente schifo domenica, però in quello schifo c’era tutta me stessa, c’era una profonda meditazione su ogni singolo gesto, c’era un impianto concettuale alle spalle intimamente radicato in me.
Se fossi stata brava a comunicare attorialmente quelle convinzioni e quelle raffinate forme intellettuali che riesco a produrre con la mente non sarei, lo ripeto, un’allieva.
La mia strada nella scuola è ancora lunga, sono contenta, invece, che tu sia già in alto, alla fine del tuo percorso, al punto di essere in grado di giudicare i vivi e i morti. Io, per ora, mi limito ad assorbire perché devo ancora imparare.
Saluti
Valeria
E’ assolutamente scorretto il tuo comportamento, perché utilizzi questo spazio non per confrontarti ma egoisticamente per sfogarti e dire i fatti i tuoi, in risposta a una critica ( nel senso di analisi) che ti è stata rivolta da un tuo collega, e per di più allievo del terzo anno, nello spirito di partecipazione e di confronto. Non puoi assolutamente permetterti di usare sarcasmo nei miei confronti esibendo atti di tanta ingiustificata presunzione, e soprattutto millantare la tua esperienza facendo dell’esagerata e ipocrita autocritica. Né puoi continuare a giustificarti attraverso tuoi personali assiomi teoretici, dandomi dell’insensibile decerebrato incapace di cogliere il senso di fondo della TUA umanità( e tra l’altro prima avevi parlato di umanità di ciascuno di voi) , invece di confrontarti onestamente. Devi considerare che essendo io allievo del terzo anno non ho la pretesa di giudicare “i vivi e i morti”, ma ho una responsabilità maggiore nell’esercitare il mio diritto-dovere di partecipazione, critica e confronto; cosa di cui tu, allieva del primo anno, non hai tenuto minimamente conto.
Buona giornata
Alessandro.
Ancora una volta non mi comprendi, perciò preferisco evitare di proseguire questa conversazione in questa sede perché non è adatta – magari, se vorrai, potremo confrontarci di persona un giorno – perciò con questa risposta mi eclisso; prima però preferisco sottolineare un paio di cose: innanzi tutto la mia autocritica non era ipocrita, ma sincera e non ti spiego le mie motivazioni altrimenti m’accusi di abusare di questo spazio per raccontare i fatti miei, cosa che sin ora non ha fatto, tra l’altro; in secondo luogo, in virtù di quel confronto che tu declami di voler stabilire (e accusi me di distruggere) io sento sia lecito risponderti, proprio perché una critica non deve mai essere sterile e fine a se stessa e per diventare condivisione e confronto, è necessario che ci sia un interlocutore (magari chi riceve la critica) che esprima il proprio punto di vista, altrimenti di che razza di condivisione stiamo palando? Per cui, mi rammarico molto del fatto che tu sia giunto al punto di accusarmi di essere un’egoista ed una millantatrice, motivo che rafforza la mia volontà di eclissarmi, perché credo che stiamo cadendo molto in basso e invece il teatro è una forma d’arte altissima.
Spero vivamente di potermi confrontare con te e con gli altri de visu rospetto a queste cose.
Passo e chiudo.
Valeria
Penso che per l’atteggiamento con cui abbiamo condotto questa conversazione sia giustamente meglio evitare di proseguirla in questo modo. Devo riconoscere e ammettere che entrambi siamo caduti in basso rispetto a un contesto pubblico come questo che certamente ha grande valore e che merita testimonianze più degne.
Mi sento profondamente mortificato rispetto a ciò, perché mi rendo conto di essermi reso complice nel aver creato muri nella comunicazione impedendo un confronto sincero e costruttivo, accorgendomi con estrema evidenza di aver tradito lo spirito col quale avevo io stesso voluto inaugurare il confronto sulle esibizioni col mio primo intervento, di aver tradito un sincero desiderio di confronto onesto; di averlo tradito rispondendo, alle considerazioni poco serie fattemi in seguito alla mia critica, con altrettanta poca serietà attraverso intenzioni e forme del tutto inappropriate e fuori luogo che hanno reso inutile e sterile ogni mia argomentazione, spegnendo la possibilità di un confronto costruttivo.
Riconosco che come è maggiore la mia responsabilità nell’esercitare il mio diritto-dovere di critica confronto e partecipazione essendo io allievo del terzo anno, così è maggiore la mia responsabilità rispetto al mio errore.
A presto
Buona serata,
Alessandro.
A due giorni di distanza dalla prima esibizione degli allievi della Scuola delle arti della comunicazione e dopo aver riflettuto su quanto visto, mi sembra utile contribuire con un mio commento critico.
Gli allievi del primo anno si sono esibiti proponendo monologhi di Shakespeare.
In generale è stato evidente l’aver trascurato la dizione dei monologhi e l’aver osato poco.
Tra le eccezioni Noemi Quercia, che ha subito attirato la mia attenzione attraverso l’ausilio degli oggetti scenici.
Interessanti nella sua esibizione: le variazioni di tono, le pause appropriate, la coerenza tra quanto detto e quanto fatto e gli sguardi.
Domenico Dell’Olio si è esibito nel monologo “Essere o non essere”, l’esibizione mi è parsa dinamica e piacevole e corredata da un lavoro adeguato sul gesto e sullo sguardo.
Seppur gradevole non mi è sembrata altrettanto dinamica l’esibizione di Benedetto Cassano, che ha scelto lo stesso monologo. Di Benedetto ho apprezzato la potenza vocale e l’utilizzo coerente della parte superiore del corpo, evidente, però, l’immobilità delle gambe e del bacino.
La proposta di Monica Bisceglia è risultata piatta e statica; ne risulta uno studio completamente assente sullo sguardo, poiché fisso, e sul gesto.
Alla stessa stregua mi sono sembrate le proposte di Valeria Tamborra ed Eleonora Tricarico, assistendo ad entrambe, spesso, non ho colto la coerenza tra quanto detto e quanto fatto. Nella prima ho notato poca energia e una gestione imprecisa delle pause e, in generale, dei tempi, mi è sembrata forzata la relazione con l’oggetto scenico. Nella seconda è stato fortemente trascurato lo studio sullo sguardo e l’interazione con l’oggetto scenico che avrebbe permesso proposte interessanti. Nel monologo di Lorenza Fabiano, infine, ho notato davvero poca consapevolezza.
Insomma, mi auguro che il nostro percorso formativo si migliori attraverso l’incontro e il confronto.
Simonetta Guidotti
Caro Alessandro, sono Valeria Tamborra, allieva del primo anno. Personalmente accetto di buon grado la tua critica, almeno per quanto concerne la mia performance, tuttavia ritengo che essa, per quanto rigonfia di termini tecnici, risulti sommaria soprattutto quando parli di superficialità generalizzata, per non parlare di quanto sostanzialmente ridicolo appare racchiudere l’umanità che ciascuno ha portato in scena in 2 righi di commento meramente tecnico. Sono fondamentalmente d’accordo rispetto ad una carenza nello studio tecnico dello sguardo e del gesto ed anche della dizione, ma ritengo che tale carenza, in alcuni casi come il mio, non è tanto dovuta ad una reale negligenza nello studio o a superficialità, quanto piuttosto ad una difficoltà insita in un lavoro ancora parziale ed in divenire quale è quello fatto con il Maestro, tanto più che, se, da un lato, è vero che il Maestro ha dato il massimo nel suo insegnamento, è, dall’altro, altrettanto vero, che le inevitabili conflittualità interpersonali, che emergono nel momento in cui due soggetti avviano un percorso d’apprendimento denso, come quello che si attua nella scuola delle arti della comunicazione, influiscono non poco sullo scambio delle informazioni tra Maestro e allievo e sulla capacità dell’allievo di capire come è meglio canalizzare le proprie energie e quanto, di fatto, gli è concesso chiedere aiuto e quanto, invece, deve essere affidato al suo lavoro individuale. Pertanto sono sicura e fiduciosa rispetto al fatto che il nostro percorso con il Maestro evolverà positivamente e, con il tempo, genererà frutti esteticamente e tecnicamente migliori, ma anche, certamente, più maturi di quelli raccolti domenica sera in scena. Fa parte della nostra comune esperienza umana la sperimentazione dell’imperfezione quale elemento fondante la nostra natura di esseri umani, ciò che conta credo sia aspirare instancabilmente alla perfezione e per tale scopo metterci l’anima in ogni singolo gesto. Oltretutto se riuscissimo a raggiungere la perfezione, non esisterebbe Maestri e nemmeno allievi… a presto
Valeria
Inauguro la serie di commenti critici sulle esibizioni finali degli allievi della Scuola ( tra i quali ci sono anche io) che sicuramente saranno numerosi. Ieri c’è stata la prima delle esibizioni che ha visto in scena gli allievi del primo anno con i monologhi shakespeariani. Poiché il programma del primo anno prevede lo studio del gesto e dello sguardo la mia critica si concentra soprattutto su questi due elementi . Essa a livello generale purtroppo non può essere positiva, a causa di un superficiale lavoro, in alcuni meno e in altri più, degli allievi. Tuttavia è giusto analizzare una a una le esibizioni.
Il primo monologo, quello di Monica Bisceglia, ad esempio, è stato assolutamente statico: sempre seduta sulla panchina, dalla prima all’ultima parola non ha espresso nessuna variazione, con una monotonia quasi perfetta, sia nello sguardo e nel gesto sia persino nel tono di voce. A Monica è seguito Benedetto Cassano che ha messo in scena il celeberrimo “Essere o non essere”. Il suo lavoro su sguardo e gesto è stato accennato e senza convinzione seppur uno sforzo, seppur minimo nello studio c’è stato e grazie alla sua potenza vocalica è riuscito a far restar almeno desta l’attenzione. Un’ altra versione di “Essere e non essere” è stata proposta da Domenico Dell’Olio, il quale ha dimostrato di possedere un buon potenziale e tuttavia non è riuscito a esprimerlo al meglio, dando certamente meno di quanto avrebbe potuto, nonostante abbia lavorato sia sul gesto che sullo sguardo. Dopo di lui, Lorenza Fabiano ha eseguito il suo monologo, come se non avesse frequentato un anno di scuola: certamente se avesse voluto ottenere anche un minimo risultato, avrebbe dovuto studiare un po’. Il monologo di Noemi Quercia, forse è stato il più interessante rispetto allo studio di sguardo e gesto, seppur con l’ausilio degli oggetti scelti con i quali si è relazionata: un tavolo e una sedia e una bottiglia di vino con un bicchiere. E’ stato il più interessante perché era evidente lo sforzo di dare un senso al suo monologo, utilizzando pause e dando valore ai gesti e agli sguardi rispetto a quello che diceva; e tuttavia avrebbe potuto dare di più, osando di più in alcuni momenti importanti. Il Monologo di Valeria Tamborra, ( che è lo stesso di quello di Noemi) è stato carente di energia a fronte di una evidente ricerca da parte sua per dare una struttura tecnica al monologo che tuttavia è risultata, in diversi tratti, confusa. Infine l’ultimo monologo, quello di Eleonora Tricarico, ha dato all’intera esibizione una struttura, che, ironicamente, potremo definire ciclica , poiché è stato caratterizzato dallo stesso tipo di monotonia del primo monologo e dalla stessa staticità, dalla stessa assenza di studio su sguardo e gesto, ancora più evidente in Eleonora che come oggetto ha scelto un bel bastone, con il quale tuttavia non si è relazionata minimamente.
Ultimo elemento che accomuna tutte le esibizioni è il superficiale studio della dizione dei monologhi scelti, dizione che quasi sempre si è dimostrata trascurata da parte degli allievi; e ciò è molto grave poiché i testi di un autore come Shakespeare si devono recitare in dizione, ancora di più se la traduzione scelta è in forma poetica.
Infine, spero che la mia critica possa essere da aiuto ai miei colleghi per poter migliorare nel loro percorso di studi all’interno della Scuola delle Arti della Comunicazione e nello sviluppare la voglia di confrontarsi.
Alessandro De Benedittis.
Ciao Alessandro, sono Benedetto Cassano, allievo del primo anno della Scuola delle Arti della Comunicazione. La tua è stata una critica sincera e diretta , per quanto concerne la mia esibizione , e sono molto felice di questo, perchè tu sei un allievo del terzo anno e quindi dovresti avere un bagaglio teatrale piu ampio rispetto al mio . Ti dico però con altrettanta sincerità , che basare un monologo di Shakespeare, solo sul gesto e sullo sguardo è molto molto molto riduttivo . Se fosse così, il pubblico sarebbe formato da soli allievi che fanno delle critiche prettamente tecniche, avendo un’idea del lavoro che c’è dietro una esibizione. Il bello del Teatro, invece, è proprio guardare una esibizione da perfetti non intenditori in materia, in modo da provare emozioni o no. Io mi sono preso la responsabilità, seppur avendo cominciato il percorso teatrale da soli otto mesi, di mettere in scena il monologo più difficile della storia del Teatro, ovvero , ” Essere o non essere “. Non posso dire se ho comunicato qualcosa al pubblico o no, ma l’unica considerazione che posso fare su me stesso è che ho fatto il possibile per riuscirci. Tuttavia quello che hai detto è assolutamente legittimo e corretto per certi versi. Continuerò a lavorare duramente e intensamente per diventare GRANDE…a presto
Benedetto Cassano